Il gran visir dei NeoCon se ne va! Che succede?

Donald Rumsfeld si è dimesso.
La sua decisione è stata ufficializzata poche ore dopo la disfatta elettorale del partito repubblicano del presidente Bush alle elezioni di medio termine. Il suo posto è preso dall’ex direttore della CIA, Robert Gates. Il capo del Pentagono — uno dei bersagli privilegiati sia dei democratici che dei repubblicani nella campagna elettorale appena conclusa — è considerato da molti analisti politici il simbolo della politica fallimentare dell’amministrazione repubblicana nella guerra in Iraq e una delle ragioni della sconfitta elettorale. Le sue dimissioni, ha dichiarato George W. Bush, erano già state concordate, ma il leader della Casa Bianca avrebbe evitato di annunciarle per non turbare la campagna elettorale.

L’imperialismo ha sempre avuto come base lo stato-nazione, l’economia stessa dipendeva dalla forza dello stato-nazione. L’imperialismo è quindi basato su una dialettica del ‘dentro’ e del ‘fuori’. Il mondo era diviso da frontiere stabili, e quindi, appunto, un ‘dentro’ ed un ‘fuori’. Il mondo di oggi non è piatto ed indifferenziato, ma non c’è un ‘fuori’. Questo è l’Impero: tutto è ‘dentro’ alla produzione capitalistica. Il capitale approfitta di comunicazione e affetto. Per questo siamo contaminati. Dobbiamo, dall’interno, aumentare le contraddizioni. Giochiamo su una linea sottile, ma è la strategia giusta.
L’11 settembre 2001, la guerra globale permanente dichiarata da George W. Bush (manichino dei NeoCon e dei massoni atlantici) e dai suoi alleati, ha messo in discussione questa visione. Non solo i guerrafondai, ma persino i nostalgici del socialismo novecentesco si ringalluzzirono. Pareva che le vecchie forme di colonialismo fossero resuscitate e che, di fronte alla pesantezza degli eserciti, ci fosse poco da ragionare sull’«egemonia della produzione immateriale». Adesso, dopo più di 5 anni, Bush ha perso guerra infinita ed elezioni politiche.

Il colpo di stato dell’amministrazione statunitense nell’Impero è completamente fallito. Dal punto di vista militare, il simbolo del fallimento è il segretario alla difesa dimissionario Donald Rumsfeld. L’ex ministro di Bush aveva cercato di sviluppare una nuova strategia militare, attraverso cui la tecnologia doveva colmare il divario della guerra asimmetrica. Ciò che chiamavano «Rivoluzione degli affari militari» era il tentativo di trasformare l’esercito in un apparato leggero, flessibile, mobile, utilizzando alte tecnologie. Mobilitando relativamente pochi uomini, si puntava ad avere una forza maggiore dell’avversario, che era maggioritario.

Ora si è visto che anche in guerra il lavoro vivo batte il capitale fisso. La resistenza all’occupazione è produzione di soggettività, mentre la macchina della guerra tecnologica non è capace di creare soggettività. Il patriottismo, una volta, funzionava come produttore di soggettività. Adesso si tratta solo d’un’armata di mercenari.Dal punto di vista economico, come è fallito il golpe?
In Iraq hanno provato a costruire uno stato neoliberale facendo tabula rasa di quello che c’era prima, distruggendo qualsiasi organismo preesistente. Questo era il compito di Paul Bremer, il responsabile del governo provvisorio iracheno. In Iraq hanno sperimentato una via d’uscita alla crisi del neoliberismo, e ciò ha suscitato l’opposizione sociale. Volevano un’economia neoliberale assoluta e «pura», per rispondere alla crisi generale e globale. In questo senso, si può costruire una linea diretta dal Cile del 1973 all’Iraq del 2003. Un colpo di stato militare, sociale ed economico per costruire un laboratorio liberista.

C’è poi un fallimento politico. Qui la figura centrale è Dick Cheney, il vice-Bush. Il tentativo dei NeoCon era quello di trasformare Washington in “Roma” (la Roma dell’Impero Romano di duemila anni fa), di gestire il governo dell’impero globale da un unico centro. Questi signori hanno una lettura dei fatti ideologica, completamente staccata dalla realtà. L’egemonia degli Stati uniti era stata pensata senza cogliere la necessità di creare le basi perché questa egemonia si sviluppasse. Il consenso era dato per scontato. È come se Cheney si fosse bevuto la storia dei carri armati statunitensi accolti dai fiori, dai baci e dagli applausi dalla gente di Baghdad. Anche negli Stati uniti il consenso è stato trascurato. Ciò è stato segno d’arroganza. Eppure, con l’11 settembre, Bush aveva un grande capitale da investire in termini di consenso, sia in patria che all’esteroLo avevano progettato apposta!

Dopo la prima fase di mobilitazione contro la guerra, nel 2003, negli Stati uniti il movimento anti-imperiale si è trasformato in un movimento contro la rielezione di Bush. Quindi è stato sconfitto: era il 2004, ed è sparito. Nell’agosto del 2005, dopo il disastro dell’uragano Kathrina, l’opinione pubblica si è schierata contro Bush. I fatti di New Orleans hanno evidenziato il razzismo strutturale degli Stati uniti e la corruzione creata dalle politiche neoliberali. New Orleans e Baghdad sono vicine, da questo punto di vista. In Iraq c’erano migliaia di morti, e la sconfitta del progetto di Bush si è svelata in quei giorni terribili di New Orleans.

In Italia i movimenti sociali si sono radicati sul territorio e hanno dato vita a vertenze locali. Negli Stati Uniti ci sono migliaia di progetti locali, anche contro le basi militari, alcuni durano da anni. Ma sono molto meno visibili che in Italia. È difficile leggere i movimenti statunitensi da questo punto di vista, perché appaiono in maniera improvvisa e poi scompaiono altrettanto improvvisamente. Sicuramente queste energie poi si depositano in progetti locali, ma non ci sono state grandi lotte in cui è riconoscibile l’energia dei movimenti sociali che si muovono sulle grandi tematiche. In Italia ciò avviene nelle lotte ambientaliste contro le “grandi opere” (come in Val di Susa contro l’Alta Velocità), nella MayDay (primo maggio del lavoro precario), o nelle campagne contro i “Centri di detenzione per migranti”.

E il Partito Democratico che fine ha fatto? Aspetta Hillary Clinton?
Gli Stati Uniti non hanno alcuna speranza nei Democratici. Le elezioni del Congresso ci consegnano il risultato migliore, perché per due anni avremo il governo USA bloccato, costretto a gestire la sconfitta. E il Congresso può disporre del potere d’inchiesta. Durante questi sei anni c’era un governo che agiva con modalità segrete. Invece adesso potremo sapere molte cose, in questi due anni avremo più informazioni su ciò che è successo.
(Sì: sono un illuso!, ma preferisco sperare…)

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