La superpotenza americana dà i primi segni di cedimento. Non si può essere colonialisti tirando il cordone della borsa

Si può immaginare un impero che non sa essere imperialista? Basta seguire il dibattito in corso oggi sull’Iraq tra il presidente George W. Bush, che cerca un nuovo corso dopo avere licenziato il suo segretario della Difesa, Donald Rumsfeld, e i democratici, che dopo avere riconquistato il Congresso parlano con sempre minore imbarazzo di riportare a casa i soldati.
È evidente che gli Americani hanno già perso interesse nel progetto di trasformare il regime canaglia in una democrazia modello: non è facile essere un impero se soffri di disordini dell’attenzione. Ai milioni di ragazzini americani con diagnosi di Add (attention deficit disorder) danno pastiglie di Ritalin, uno dei farmaci più venduti negli Stati Uniti. Ma per l’Occidente sarà ben più arduo sarà riprendersi, se gli Stati Uniti continueranno a mostrare i segni di un declino assai prematuro rispetto a quello delle altre superpotenze che hanno fatto la storia: l’Impero Romano nelle sue diverse incarnazioni è durato circa 829 anni, quello Ottomano 469, quello Asburgico 392, quello Egiziano 365.
Poco più che centenario (contando la guerra contro gli spagnoli del 1898 come data della sua creazione), l’Impero Americano invece dà segni di cedimento: il fenomeno più pericoloso è la negazione a tutti i livelli del proprio ruolo nel mondo; tra i progressisti americani è possibile parlare di impero solo se si deplorano le azioni militari degli Stati Uniti. Mentre con i conservatori si può menzionare l’aspetto benefico del potere americano, a patto che non lo si descriva come imperiale. Quello che non si può dire è che gli Stati Uniti siano un impero, e che la cosa non sia in fondo così terribile.

Bush ricorda Traiano, uno che tra l’altro avrebbe qualcosa da insegnargli anche sull’impero persiano. Traiano fu l’imperatore che coniò la frase “panem et circenses”, lasciando che i Romani si divertissero mentre le sue legioni erano impegnate in guerre sanguinose. Fu lui a espandere l’Impero Romano oltre le proprie capacità, fino alla Mesopotamia.
A Traiano successe Adriano. E come lui anche il prossimo presidente americano dovrà riparare gli errori del suo predecessore ridimensionando il proprio impero. Ma questo non significa che l’Impero Americano sia necessariamente vicino alla data di scadenza: può continuare a essere una forza egemonica per decenni, soprattutto se impara a fare le piccole guerre che finora si sono dimostrate le più difficili da vincere. Anche se dovette ritirare le proprie truppe, l’Impero Romano fu ancora molto potente sotto Adriano.

All’esperienza inglese in Mesopotamia dovrebbe guardare Bush-Traiano per uscire dall’impasse in cui l’America si trova ora: uno dei più grandi problemi che affliggono l’America è l’incapacità di imparare dalla storia. L’impero americano è per molti versi l’erede diretto di quello britannico. Basti pensare che, nel 1917, il generale Frederick Stanley Maude entrò a Baghdad e diffuse un proclama in cui disse di essere arrivato non come conquistatore, ma come liberatore del paese.
Per questa ragione è difficile credere a Bush quando dice che la missione democratizzatrice americana in Medio Oriente si differenzia da quella degli imperi precedenti. I suoi ideali di libertà in realtà somigliano molto a quelli vittoriani di civilizzazione che ispirarono l’esperienza britannica. Sebbene ne siano convinti, gli Americani non rappresentano un’eccezione: da sempre gli imperi anglofoni usano la parola libertà per proclamare la propria diversità dagli imperi precedenti. Ma d’altra parte, se avesse guardato alla storia, Bush non si sarebbe stupito neanche della resistenza incontrata dai soldati della coalizione.
Nel 1920 in Mesopotamia scoppiò una rivolta antibritannica molto simile a quella antiamericana iniziata nel 2004. Anche allora l’insurrezione ebbe origini religiose, ma presto trascese le divisioni settarie ed etniche passando dalle moschee di Baghdad alla città sacra sciita di Karbala dove contro i britannici era schierato un ayatollah, Muhammed Taqi al-Shirazi, che ricorda molto Moqtada al-Sadr oggi. Ma le similitudini finiscono qui. Mentre gli Americani hanno esitato a combattere le milizie sciite e gli insorti nel triangolo sunnita, aprendo così la strada al caos che domina l’Iraq oggi, gli inglesi non si fecero molti scrupoli. Arrivarono rinforzi e i villaggi ribelli vennero rasi al suolo dai bombardamenti. Winston Churchill autorizzò anche l’uso di armi chimiche, se fossero state disponibili, ma non fu il caso. E nonostante questo le sue truppe subirono perdite fortissime, più di 2 mila tra feriti e uccisi. Dettaglio non trascurabile: i soldati britannici rimasero in Iraq fino al 1956. Ci vollero 40 anni per rendere funzionante quel paese.
La lezione è che non è possibile intraprendere un’impresa come questa pensando di poterla portare a termine nell’ambito di un ciclo elettorale di quattro anni.
I Democratici erano a favore dell’intervento, sia perché era convinzione comune che Saddam Hussein nascondesse armi di distruzione di massa, sia perché ritenevano importante che gli Americani avessero una base militare in un paese diverso dall’Arabia Saudita. Ma non si può essere colonialisti risparmiando. L’Impero Americano è un impero informale. Non ha vasti territori all’estero come l’Impero Spagnolo-Portoghese, ma può proiettare il proprio potere in una dimensione globale mai sperimentata prima nella storia. Non si tratta solo della volontà di esportare la propria cultura e il proprio modello economico: gli Americani possono intervenire anche militarmente ovunque nel mondo. Ci sono stati altri imperi dalle frontiere poco definibili come quello americano. Ma la vera differenza è che mentre tutti gli imperi del passato celebravano la propria esistenza, gli Americani la negano.
Certamente conta il fatto che gli Stati Uniti sono nati da una guerra antimperialista: è difficile accettare che ora si siano invertiti i ruoli. Ma a guardare bene, per i primi 100 anni della propria esistenza gli Americani non avevano problemi ad annettere territori mentre si espandevano a ovest. Ed è stato solo dopo il fallimento nel colonizzare le Filippine che presidenti come Woodrow Wilson e Franklin Delano Roosevelt hanno ripudiato apertamente il proprio ruolo imperiale. Nel corso della storia gli imperi finiscono o per la resistenza che incontrano o per l’emergere di altri poteri egemonici. Nessuna di queste due condizioni rappresenta almeno al momento un ostacolo per gli Americani, il cui problema sono le costrizioni interne. Sintetizzabili in tre grandi deficit: quello militare, quello finanziario e il deficit di attenzione della sua opinione pubblica.
Si può parlare di deficit militare per un paese che da solo è responsabile del 40 per cento della spesa mondiale per la difesa? Se si vanno a contare i soldati, quello americano è l’impero che ha l’esercito più piccolo della storia. Nel 2004 il dipartimento della Difesa americano poteva contare su un personale di circa 1 milione 400 mila persone, percentuale molto bassa se si conta una popolazione di 300 milioni. Cifra ancora più inaccettabile se si pensa che la maggior parte di quest’armata se ne sta a casa: in Iraq ora c’è un soldato americano ogni 210 abitanti: i britannici nel 1920 avevano un soldato ogni 23 iracheni. Gli Americani poi ruotano in continuazione i loro soldati, che non possono così imparare la lingua o raccogliere intelligence.
E tutti i soldi spesi per la difesa se ne vanno in armamenti. Ma con aerei, tank e droni non si governa un paese. E se si va a guardare bene, a partire dal 2001 gli Stati Uniti hanno speso molto più nei tre tagli delle tasse di Bush e per il welfare che non per la guerra: solo un terzo dell’immenso deficit americano è ascrivibile alla spesa per gli interventi in Iraq e Afghanistan. In termini storici queste non sono guerre costose: quando l’economista Joe Stiglitz dice che l’intervento sta costando tra 1 e 2 mila miliardi di dollari, omette di menzionare che questa cifra in apparenza mostruosa corrisponde all’1,1 per cento del prodotto interno lordo americano. In termini storici, queste guerre sono molto più economiche di quelle in Corea e in Vietnam, e non c’è paragone con la Seconda Guerra Mondiale, l’apice dell’impero americano almeno per quanto riguarda il potere economico e militare. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti esercitavano un dominio imperiale non solo su vasti tratti del continente europeo ma anche in Asia. I due regimi canaglia della storia del XX Secolo, Giappone e Germania, erano sottoposti all’occupazione americana. Eppure, proprio in quel momento, Roosevelt negò il proprio ruolo e diede inizio alla dinamica che marcò la Guerra Fredda: la rivalità tra due imperi, quello americano e quello sovietico, che negano di essere tali.

La vittoria americana con la caduta del Muro di Berlino sembrava innegabile. Piace pensare al 1989 come al gran finale del XX Secolo, il momento che ha marcato il trionfo dell’Ovest in un gran lieto fine. Sono bastati pochi anni a smentire quella lettura degli eventi. Sicuramente l’11 novembre 1989 fu più importante dell’11 settembre 2001: gli attacchi contro New York e Washington non fecero altro che rivelare agli Americani quello che gli europei già sapevano, e cioè che il lavoro dei terroristi è sempre più facile e le loro imprese sono rese sempre più devastanti dalla globalizzazione. Ma un punto di svolta ben più importante per la storia americana e mondiale è stato il 1979. In quell’anno Deng Xiaoping visitò gli Usa, l’ayatollah Ruhollah Khomeini prese il potere in Iran e l’Urss invase l’Afghanistan. Da un lato fu l’inizio della rivoluzione del mercato libero in Cina, dall’altra dell’espansione del radicalismo islamico.

Cosa accadrà in Medio Oriente se gli Americani se ne andranno dall’Iraq? È chiaro che se gli Americani dovessero ritirarsi subito, il paese scivolerebbe nella guerra civile. E difficilmente questo scenario potrà essere evitato, anche se gli Americani rimanessero ancora per molti anni. La situazione in Medio Oriente oggi ricorda molto quella in Europa centrale nel 1939: non è arduo immaginare lo scoppio di una guerra molto maggiore dei conflitti a cui ci ha abituato quella regione del mondo, specie se l’Iran dovesse acquisire la bomba. Gli elementi che hanno caratterizzato lo scoppio di grandi conflitti nel XX Secolo ci sono tutti: volatilità economica, disgregazione etnica e un impero in declino come gli Stati Uniti.

C’è chi dice che senza l’America la situazione migliorerebbe… La storia insegna il contrario: i periodi di apolarità sono quasi sempre preludio al caos. E non si intravedono per ora potenze emergenti in grado di sostituire il ruolo americano. Non l’Europa, che è appesantita dall’invecchiamento della sua popolazione. E neanche la Cina: è molto difficile che superi questo periodo di rapida industrializzazione senza almeno una crisi finanziaria. Per cui: ci aspettano tempi molto molto bui, un “caos liquido” di qualche decennio, prima che si affermi un qualche nuovo modello.

Io mi sto preparando, e voi?


L’Impero Americano – Tutto cominciò con Cuba
1898 La guerra ispano-americana in cui l’America prende possesso delle ex colonie spagnole nei Caraibi (in particolare Cuba) e nel Pacifico è la data di inizio della fase imperiale americana.
1945 Fine della Seconda guerra mondiale, l’America è al punto massimo dell’impero americano: inizia la guerra fredda.
1979 Con l’invasione sovietica dell’Afghanistan e la rivoluzione khomeinista in Iran inizia l’ondata del radicalismo islamico che finirà per fronteggiare gli Stati Uniti.
1989 Caduta del Muro di Berlino e vittoria contro il blocco sovietico.
2001 Primo attacco terroristico in territorio americano.
La durata, in anni, degli imperi dell’età moderna (dati aggiornati al 31 dic 2006)
Ottomano: 1453-1922 469
Asburgico: 1526-1918 392
Britannico: 1620-1956 336
Russo (Romanov): 1613-1917 304
Cinese Qing: 1644-1911 267
Moghul: 1526-1761 235
Persiano (Safavid): 1501-1736 235
Americano: 1898-oggi (al 31 dic 2006) 108
Russo bolscevico: 1922-1991 69
Cinese popolare: 1949-oggi 57
Giapponese: 1895-1944 49
Tedesco nazista: 1939-1945 6
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