L’Italia, Paese dei balocchi e degli allocchi, alla mercé dello straniero

La grande distribuzione l’abbiamo lasciata in mano francese. L’Alitalia probabilmente finirà in mani russe. FastWeb andrà agli svizzeri. Il governatore Fazio è stato fatto a pezzi perché aveva tentato di impedire che l’Antonveneta finisse agli olandesi di AbnAmro. Ora addirittura la Telecom sta per essere (s)venduta agli americani.
Insomma: supermercati e ipermercati, banche, aerei, telefonia, banda larga internet. E non so cos’altro sto dimenticando, di sicuro qualcosa del Made in Italy perché un mucchio di marchi della moda sono in mano a gruppi finanziari esteri. Tutto in mani straniere poiché «sono le regole del mercato e i singoli Stati non devono opporsi».
Bene, adesso guardiamo a quel che succede quando gli Italiani tentano di fare l’inverso, ossia andare a conquistare qualcosa all’estero.
Autostrade va in Spagna e tenta di entrare in quel mercato: il governo spagnolo mette i bastoni fra le ruote, l’UE non fiata, il progetto salta.
Enel va in Francia e tenta di entrare nel mercato transalpino dell’energia: il governo francese mette i bastoni fra le ruote, l’UE non fiata, il progetto salta.

“UE, UE, UE”. Questo refrain è un piagnisteo dannosissimo per il Paese dei balocchi e degli allocchi. (E non parliamo di cinesi, che ci hanno conquistato in silenzio a suon di patacche. E stiamo zitti pure sull’Euro…)

Il capitalismo italiano ha perso troppe sfide industriali. Dalla chimica alla siderurgia, dall’informatica all’alimentare. L’ultimo addio è quello attuale per le telecomunicazioni. Omnitel agli inglesi, Wind agli egiziani, Fastweb agli svizzeri. Ora tocca a Telecom, che può finire agli americani dell’At&t e ai messicani della Movil. La Borsa brinda, la politica sbanda. I dirigisti di complemento si indignano a sinistra, i liberisti alle vongole si compiacciono a destra: il solito teatrino nazionale, poco dignitoso e molto provinciale. Si dice: è il mercato, bellezza. Ed è vero: nessuno può contestare a Tronchetti il diritto di vendere a chi vuole. Tanto più a un prezzo che gli attribuisce un premio del 30% sulle quotazioni azionarie correnti. Ma nessuno può ignorare che purtroppo il nostro è un “mercato immaginario”: più che nei fatti, esiste nei convegni, nei dibattiti, sui giornali. La possibile vendita di Telecom non chiama in causa tanto la questione della “italianità“. Certo, volendo ci sarebbe anche quella, in un Paese che ha già ceduto all’estero interi settori produttivi. Che nei prossimi giorni potrebbe perdere in un colpo solo anche Alitalia e Autostrade. Che a parte pochissime lodevoli eccezioni (Enel, Unicredit), ogni volta che prova a fare shopping oltre frontiera cozza contro le barriere di stati-nazione più blindati e più protezionisti del nostro. Ma in un regime di competizione globale, qualunque forma di autodifesa che ruotasse intorno all’autarchia industriale e finanziaria sarebbe insensata. È la “teoria di Wimbledon”: non conta la nazionalità di chi vince il torneo, ma solo il fatto che il torneo si giochi nel tuo Paese.
E poi, in un sistema di concorrenza internazionale, l’unica cosa che conta per il consumatore finale è l’efficienza del servizio reso e la convenienza del prezzo offerto. E almeno su questo At&t, il più grande operatore di telefonia del mondo, potrebbe offrire più garanzie di qualunque altro partner.

Ma il punto non è questo. È che il “principio del mercato” vale solo se sono gli altri a conquistare noi!

La vicenda Telecom rivela una doppia, speculare debolezza. Prima di tutto c’è la tragica debolezza del capitalismo italiano. Un capitalismo chiuso, povero di risorse e spesso anche di idee. Il capitalismo asfittico di quelli che un tempo si definivano i “salotti buoni”, nei quali ormai tutti (dai raider stranieri ai furbetti del quartierino) irrompono come elefanti in una cristalleria. Il capitalismo oligarchico delle “scatole cinesi”, che non ha mai smesso di considerare le minoranze azionarie come il vecchio “parco buoi”.
E insieme alla strutturale fragilità dell’impresa c’è anche la storica debolezza della politica. Questo chiama in causa soprattutto il centrosinistra. Parlare del centrodestra berlusconiano, in questo campo, sarebbe inutile: non è mai esistita una politica industriale della Cdl, esistendo soltanto l’interesse aziendale del suo padre-padrone. Incapace di incarnare fino in fondo un modello (o quello dirigista francese, o quello liberista anglo-sassone), la politica del compromesso storico Dc-Pci ha cavalcato l’idea dello Stato-Imprenditore, trasformando le grandi ambizioni delle prime Partecipazioni Statali nelle gigantesche degenerazioni tangentizie degli ultimi anni della Prima Repubblica. Subito dopo il lavacro delle privatizzazioni (benefico per i conti pubblici, malefico per la politica industriale), il centrosinistra ha cullato il sogno infantile e pre-moderno di un’economia basata solo sul «piccolo è bello».
Poi, nell’ansia di un accreditamento tardivo e ancillare, ha provato a scommettere sui “campioni nazionali”, puntando su improbabili newcomers e mancando la selezione di una nuova classe dirigente.

Bleah! Come Paese siamo alla frutta, non mi stanco di dirlo.
Come dare torto agli agricoltori siciliani (che devono gettare via metà della produzione delle migliori arance del mondo per dar spazio alle mediocri arance portoghesi e spagnole in virtù delle “quote UE”) o agli allevatori padani (che devono far scoppiare le mammelle alle loro vacche per far posto al mediocre latte tedesco e olandese, sempre in virtù delle “quote UE”)? Si incazzano, e fanno bene.
E io sono incazzato quanto loro. Perché, sebbene fossi un teenager, mi ricordo che, malgrado gli “anni di piombo” e il Pentapartito, appena trent’anni fa — nei mitici Anni Settanta — il mio Paese era un gioiello. Ero fiero di essere italiano. Oggi vorrei invece vivere in Gran Bretagna o in Nuova Zelanda. E la cosa mi addolora.

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