Lo sciopero dei TIR è una scelta corporativa. Che non possiamo accettare

Dicembre 2007, Italia knock-out. Lo sciopero di 5 giorni nei trasporti non è uno sciopero: è una serrata. Perché riguarda le imprese contro il governo e non i dipendenti contro le aziende. Non è peraltro vero — come affermano i camionisti nelle interviste — che si tratti di un’agitazione dell’intera categoria, perché non aderisce la Anita, ossia l’associazione delle imprese di trasporto strutturate, medie e grandi, più altre organizzazioni che rappresentano i corrieri. Ma i padroncini che protestano sono molti (90mila imprese), e con i loro camion intasano le autostrade, i valichi, i porti. Inoltre, una parte delle imprese non aderenti non opera per timore di danni ai propri veicoli.
I cinque giorni di astensione dall’attività e di ostacolo virtuale a quello delle altre imprese determinano problemi in aree e settori dove i padroncini sono fondamentali, come il rifornimento di carburante alle stazioni di servizio. L’ingombro delle piazzole di sosta e delle corsie di emergenza, che non è illecito (come quello dei valichi autostradali o delle altre corsie), crea problemi alle strade già congestionate dal traffico natalizio.

Ma c’è un problema gravissimo di fondo, un problema di merito.
Il disagio provocato da questa astensione dall’attività di impresa è sproporzionato rispetto alle ragioni di chi lo arreca. Le richieste, infatti, riguardano crediti di favore e altre agevolazioni per l’acquisto degli automezzi, eventuali aiuti del governo per contrastare il rincaro dei carburanti, misure per limitare la concorrenza degli autotrasportatori dei Paesi dell’Est (facenti parte dell’Unione Europea), e la concorrenza sleale di chi non rispetta i contratti di lavoro e le regole di sicurezza dei veicoli e del loro carico.
A parte queste due ultime lagnanze, che riguardano l’insufficienza dei mezzi della polizia della strada — e che sono marginali —, il grosso delle rivendicazioni è di natura corporativa.
È una vergogna bell’e buona! Si tratta di richieste di protezionismo per piccoli operatori di un settore che ha avuto negli ultimi anni un incremento di fatturato a causa dell’aumento del traffico e della concorrenza. Se c’è un’anomalia, questa è l’eccesso di trasporto di merci su strada rispetto a quello ferroviario o con traffico intermodale. Dunque, per una volta, è il caso di non essere solidali con chi sta bloccando un intero Paese: non vi è ragione per cedere al ricatto di un’agitazione che ha tutti i caratteri di una congiura di casta!
Questi signori già ci uccidono lungo le strade quando non rispettano i limiti di velocità e le norme di circolazione più elementari, ci mancherebbe adesso che diamo ragione ad una condotta oltre il limite… del buon senso!

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