Oily way 3 — o della “crisi” (pronti al peggio!)

Bene, adesso s’è capito cosa stava succedendo con il petrolio: i soliti noti sapevano — con 2 anni d’anticipo — che sarebbe scoppiato il bubbone (la “crisi”) e hanno fatto l’ultimo assalto al treno.
Ma adesso spostiamo l’attenzione su una cosa ben più importante: cos’è, esattamente, questa Crisi?

Le attività finanziarie hanno assicurato, per diversi decenni, un livello di redditività tale da attrarre investimenti e risorse, in un processo di causazione cumulativa che è stato poi alla base della bolla finanziaria, alimentata dalla creazione di prodotti finanziari a rischio così elevato da non poter essere nemmeno dimensionato.
Analizzando ad esempio la serie storica del reddito nazionale statunitense, si vede che, fino al 1950, la quota dei profitti delle imprese finanziarie sul totale dei profitti era pari in media al 9,5%; da allora è cominciata una accelerazione inarrestabile che ha raggiunto il valore massimo nel 2002 (45%), con una successiva stabilizzazione ed un leggero arretramento negli anni più recenti, dovuto al manifestarsi dei primi segni della crisi finanziaria internazionale.
Si è affermata, nel capitalismo anglosassone prima e poi nel sistema economico internazionale, una cultura azionaria fondata sul profitto di breve periodo, sulla ricerca di opportunità di arricchimento rapido, sulla capacità di cogliere opportunità tattiche di massimizzazione della redditività rispetto a progetti di investimenti industriale a redditività differita. Gli stessi governi hanno promosso questa tendenza verso una apparente democratizzazione dell’azionariato, nella convinzione che un’offerta abbondante di capitale azionario avrebbe promosso l’innovazione e quindi la competitività. Nelle scelte delle imprese hanno cominciato a contare in modo decisivo le pressioni degli investitori istituzionali, che muovevano masse enormi di capitali alla continua ricerca della migliore redditività, schiacciando la prospettiva temporale del profitto atteso, fino a far governare in modo indiscusso il rendiconto trimestrale rispetto persino al bilancio annuale dell’impresa.
I dati del processo di finanziarizzazione sono impressionanti: alla fine del 2007 il Pil del mondo ha superato i 54 trilioni di dollari, mentre la capitalizzazione delle borse mondiali ammontava a 61 trilioni e le obbligazioni pubbliche e private superavano i 60 trilioni. A giugno del 2008 il valore nominale della quota di derivati trattati nelle borse toccavano gli 80 trilioni di dollari, mentre quelli scambiati fuori mercato sfiorava i 684 trilioni: la somma dei derivati era quindi complessivamente pari a 764 trilioni di dollari, pari a 14 volte il Pil del mondo.
Il gioco della finanziarizzazione ha tracimato verso l’economia reale, influenzando le strategie delle imprese in modo decisivo e spostando la struttura dei risparmi degli individui verso scelte fortemente rischiose, spesso senza informare correttamente i cittadini sulle conseguenze di questi cambiamenti nelle strategie di portafoglio. I piani pensionistici sono passati su larga scala da schemi a beneficio definito a piani a contributo definito: mentre nel primo caso il contribuente sa di poter contare su un valore certo del proprio corrispettivo pensionistico, nel secondo tutto dipende dalla volatilità dei rendimenti assicurati dai fondi pensione.
Si è innescata in questo modo una ulteriore spirale perversa di avvitamento che oggi incide fortemente sulla crisi delle imprese industriali. Basti citare il caso della General Motors, la quale si è trovata nel 2009 ad avere solo 85.000 occupati negli Stati Uniti, mentre ai suoi fondi pensione fanno capo un milione di ex-dipendenti (quasi 12 pensionati per ogni dipendente). Nel 1962 la GM aveva 460.000 dipendenti, la maggior parte in Usa, ed appena 40.000 pensionati (rapporto inverso: quasi 12 dipendenti per ogni pensionato). Nella previdenza privata di stampo anglosassone, l’incrocio tra squilibrio strutturale di dipendenti attivi e numero dei pensionati, unito alla volatilità al ribasso dei rendimenti delle attività finanziarie, costituisce una mina vagante i cui effetti non sono ancora pienamente dispiegati.
Mentre cambiava radicalmente la struttura dei mercati finanziari, non si sono introdotte regole adeguate a fronteggiare con disciplina le trasformazioni intervenute. E oggi le banconote e le monete costituiscono solo il 3% del denaro circolante, mentre il restante 97% è interamente simbolico, a cominciare da quello depositato nei conti correnti o sui libretti di risparmio. Siamo in presenza di una mutazione genetica del sistema bancario in assenza di un tessuto di norme a protezione degli altissimi rischi che sono stati assunti in nome solo del profitto di brevissimo periodo. La funzione originaria del sistema bancario stava nel prendere in prestito da molti clienti piccole somme a un dato tasso di interesse, al fine di prestare grosse somme a pochi a un tasso di interesse più alto — contando sul fatto che è improbabile che i molti accorrano tutti assieme, nello stesso momento, a ritirare i loro depositi —. Da tempo, per vari aspetti, tale funzione è caduta in secondo piano a fronte della possibilità assai più lucrosa di trasformare i prestiti in titoli commerciabili.

Detto in poche e più umane parole: da anni la carta stava producendo altra carta senza che ci fosse dall’altra parte un corrispettivo reale, e avevamo (tutti) smesso di produrre ricchezza vera, limitandoci a consumare senza effettivi bisogni e — soprattutto — senza avere il denaro per pagare; i magazzini delle merci si sono gonfiati di beni non necessari, e gli Stati — cioè noi — si sono indebitati di 12 volte rispetto al famoso “corrispettivo reale” (quando Tremonti afferma che il debito pubblico mondiale è pari a 12 volte il p.i.l. planetario, vuol significare proprio questo).
In parole ancora più spicciole: quasi usando come paradigma la General Motors nel rapporto fra numero di lavoratori attivi e pensionati, il mondo ha emesso 12 volte lo stesso “pagherò″ su un unico credito. Quindi il pianeta, economicamente, ha un assegno coperto (da controvalore reale) e undici assegni scoperti (emessi a fronte di quello stesso controvalore reale).
Da una cosa del genere, è facile capirlo, non si esce con le ossa integre.
Soprattutto, non si esce con quanto stanno facendo oggi i governi, con in testa quello statunitense: quando il tanto decantato Barack Obama immette altra liquidità per “salvare” banche e industrie, non fa che gettare ulteriore denaro (un assegno scoperto, peraltro!) per salvare il vecchio sistema. Questo nuovo assegno scoperto non può far altro che aggravare la situazione, poiché è come mettere materiale infiammabile sopra un incendio.

Esistono tre principali processi destabilizzanti:
1. Durata della crisi.
2. Esplosione della disoccupazione a livello mondiale.
3. Rischio di crollo improvviso dei sistemi pensionistici basati sulla finanza.

Contribuirà al raggiungimento di questo punto critico un’ampia gamma di fattori psicologici:
* la consapevolezza generalizzata in Europa, America ed Asia che la crisi è fuori controllo di qualsiasi istituzione pubblica, nazionale ed internazionale;
* il fatto che la crisi colpisce direttamente centinaia di milioni di persone nel mondo “industrializzato”;
* il fatto che la crisi può solo peggiorare, mentre le sue conseguenze si abbattono sull’economia reale.

I governi e le istituzioni nazionali hanno solo 3 mesi di tempo per prepararsi al prossimo colpo, che potrebbe portare con sè concreti rischi di disordine sociale. Le nazioni che non sono pronte a fronteggiare un picco di disoccupazione e gravi rischi sulle pensioni saranno gravemente destabilizzate da questa nuova coscienza nel grande pubblico.

LA CRISI DURERÀ COME MINIMO FINO AL 2018
La crisi non finirà nella primavera del 2009, nemmeno nell’estate del 2009, e neppure all’inizio del 2010. Solo verso la fine del 2010 la situazione inizierà a stabilizzarsi e migliorare leggermente in alcune aree del mondo, come Asia, Eurozona e nelle nazioni produttrici di energia, minerali e risorse alimentari (Brasile, Russia). Al di fuori di queste nazioni, la crisi continuerà — in particolare in USA, nel Regno Unito e in tutte le nazioni che dipendono dalla loro economia, dove la durata potrebbe arrivare ad un decennio. Questi Paesi, Italia compresa, non dovrebbero aspettarsi alcuna ripresa alla crescita prima del 2018!…

Il grande pubblico diverrà gradualmente più consapevole degli elementi di lungo periodo della crisi nei prossimi 3 mesi e la situazione immediatamente attiverà due tendenze che portano con sè instabilità socio-economica: paura del futuro e inasprimento della sfiducia nei leader.

La crisi sistemica globale entrerà nel quarto trimestre del 2009 nella quinta fase: la fase del dissesto geopolitico globale. Questa nuova fase della crisi sarà determinata da due principali processi strategici:
* la scomparsa della base finanziaria (dollaro + debito) in tutto il mondo;
* la frammentazione degli interessi dei principali blocchi e dei principali attori globali.

Questi due processi avranno come conseguenza due concatenazioni parallele di eventi (che probabilmente si svilupperanno in momenti separati piuttosto che simultaneamente):
1. rapida disintegrazione degli attuali sistemi internazionali;
2. dissesto strategico dei principali protagonisti globali.

I due processi che entreranno in gioco nella quinta fase della crisi sistemica globale genereranno due sequenze di eventi principali, parallele ma non necessariamente sincronizzate.
La prima, che inizierà alla fine del 2009, consiste in una serie di eventi che risulteranno nella rapida disintegrazione dell’attuale sistema internazionale, che per lo più riguarderanno il crollo o la marginalizzazione dei principali organismi internazionali e di tutti i principali centri nevralgici del sistema monetario e finanziario.
La seconda sequenza corrisponde al processo di disgregazione strategica dei principali protagonisti della scena globale, come USA e Unione Europea.

1) Rapida disintegrazione degli attuali sistemi internazionali

Il rapido ritorno del protezionismo, la crescente perdita di peso del Fondo Monetario Internazionale ed il crollo del commercio internazionale sono indicatori molto precisi. Per il momento l’architettura generale e la (almeno apparente) buona fede dei principali protagonisti sono intatte; ma visto che nessun passo viene intrapreso per ricostruire un nuovo sistema internazionale prima dell’estate 2009, queste ultime due componenti scompariranno e la disgregazione dell’intero sistema internazionale sarà al punto di non ritorno.

La marginalizzazione delle organizzazioni internazionali: ONU, WTO, OSCE, FMI, G7, G20
L’ONU è stata completamente travolta dagli eventi. Né il consiglio di sicurezza né le agenzie specializzate sembrano avere la minima influenza sul corso degli eventi. Il WTO deriva la sua autorità dal fatto che i suoi principali membri si accordano sull’osservarne regole e decisioni. USA, Cina, ed Unione Europea sembrano ormai propendere per il “si salvi chi può” nell’approccio al commercio globale attualmente in caduta libera. L’OSCE non è equipaggiato in alcun modo per essere altro che un club che offre qualche vago suggerimento. Il FMI — il cui indebolimento è stato anticipato da LEAP/E2020 più di 2 anni fa — è anch’esso in una posizione in cui non ha impatto sulla crisi; al massimo può fornire aiuti di emergenza agli Stati sul punto di crollare. Nonostante questo, comunque, il sensibile aumento di Stati a rischio default, con le rispettive richieste di elemosina, solleveranno presto una questione di disponibilità. Solo il Giappone, per ora, ha risposto in modo favorevole alla richiesta di fondi del Fondo Monetario Internazionale e ha offerto 100 miliardi di dollari. Il G7 non è mai stato altro che un gruppo d’elite che raccoglie le principali economie intorno agli USA, per dare la vaga idea di un mondo gestito in comune; esso non ha mai fatto altro che fare l’eco delle parole di Washington. Oggi si può spassionatamente considerare che la sua utilità è prossima a zero. Infine, il G20, ultimo nato di una lunga serie: il suo interesse è di associare un gruppo di potenze emergenti alle vecchie potenze del Ventesimo Secolo. Finora questo è stato il suo unico merito: il suo primo summit tenutosi a Washington nel Novembre 2008 è drammaticamente fallito senza raggiungere una conclusione per fronteggiare la crisi. La sua principale debolezza sta nel fatto che è essenzialmente dominato da leader che appartengono al mondo che sta per crollare.

La caduta dei centri nevralgici del sistema finanziario e monetario
Il sistema che sta attualmente crollando è basato sul potere di un insieme di nodi strategici, attentamente controllati dalle potenze preminenti (in primis, naturalmente, gli USA). La crisi globale sta provocando la caduta di questi nodi strategici come Wall Street, la City di Londra, il centro finanziario di Tokyo, così come i centri secondari di Hong Kong, Singapore e Dubai.
Riguardo il sistema monetario globale, la situazione è molto simile: circa il 70% degli scambi di moneta hanno luogo in tre centri finanziari: Londra, New York, Tokyo.
Tutti e tre appartengono alla sfera di influenza del dollaro e hanno leader strettamente legati a Washington, il che assicura che l’interpretazione degli eventi e dei movimenti monetari resta la stessa.
Il crollo dell’economia inglese e del suo centro finanziario minaccia il ruolo di Londra. Sono americane o inglesi 8 banche delle 10 più grandi per scambio di valute che sono scomparse dal panorama economico, come Lehman Brothers, o che sono a un passo dalla bancarotta o dalla nazionalizzazione, come Citigroup o Royal Bank of Scotland.

2) Dissesto strategico dei principali protagonisti globali

Il dissesto strategico colpirà il gruppo dei massimi protagonisti globali, come USA, Cina, Russia e Unione Europea. Le stesse forze disgregatrici si applicheranno alle entità politiche più grandi e più dipendenti dalla base finanziaria dell’attuale sistema: dollaro + debito.
Questo per tre fattori, 3 forze disgregatrici. Le differenze economiche, sociali e finanziarie tra le regioni ed i gruppi sociali sono più consistenti in una entità politica di grandi dimensioni piuttosto che in una piccola nazione. La centralizzazione del potere (e quindi la comprensione della crisi e la capacità di reazione) non si adatta bene ad una crisi che impatta entità di larghe dimensioni — il modello “taglia unica” non funziona —. Il fondamento sulla base dollaro+debito… beh, questo è un fattore particolarmente ovvio.

USA
Il processo di dissesto geopolitico inizierà nella fine del 2009 sarà il più puntuale, visto che che è uno dei quattro argomenti affrontati in un report presentato al Pentagono nel dicembre 2008.
Nathean Freier, dell’istituto di studi strategici, descrive il rischio di disgregazione del territorio americano e dei suoi confini sotto l’impatto della crisi. Se prendiamo in considearzione i tre fattori sopra, è evidente che gli Stati Uniti sono nel cuore della Tempesta Perfetta:
* Gli USA dipendono più degli altri dalla base dollaro+debito;
* il tessuto economico-sociale contiene tensioni sociali ed etniche enormi;
* gli interessi delle diverse regioni divergeranno ulteriormente con l’intensificarsi della crisi: la California, quasi in bancarotta, non ha niente in comune con gli Stati che stanno fronteggiando il crollo dell’industria automobilistica, che non hanno niente in comune con la Florida, con i problemi del Texas, di New York…
Il solo potere che negli USA si può innalzare sopra il processo democratico è la macchina militare. Infatti è piuttosto sorprendente che la nuova amministrazione americana non abbia cambiato nessuna testa nell’apparato della Difesa, ben sapendo che una motivazione importante per gli elettori di Obama era il rovesciamento della strategia militare di Bush. I politici cambiano, ma i militari e i leader restano. Forse questo è il segno che l’esercito sarà presto l’ultima istanza posta a salvaguardare l’integrità territoriale della nazione — è esattamente ciò che suggerisce il report di Freier —: dal momento che i politici sono incapaci di immaginare la disgregazione della loro nazione, spetta ai militari prepararsi all’evenienza. Secondo Europe2020 non c’è bisogno di discutere le conseguenze di tale evoluzione: sarebbe chiaramente la fine del sistema strategico occidentale, finora interamente centrato sugli Stati Uniti.

Unione Europea
Non passa giorno che i media inglesi o americani non profetizzino l’imminente crollo dell’Unione Europea o dell’Euro, cadute vittime della crisi. Le banche europee sarebbero più esposte delle loro controparti americane per centinaia di miliardi di asset tossici, in particolare nell’Est. Questa affermazione è tipica di chi non ha ancora compreso la natura di questa crisi. Anche se fosse vero in termini di esposizione (cosa ancora lontana dall’essere provata, tranne che per le banche austriache), bisogna comprendere che oggi non c’è nulla di più “tossico” di un asset finanziario americano.
Consideriamo i tre principali fattori di dissesto geopolitico. L’europa dipende molto meno degli USA dalla base dollaro+debito, tranne il Regno Unito. La modalità operativa dell’Unione Europea è molto più policentrica, e meno centralizzata, degli USA. Gli stati membri hanno ampi margini di manovra, anche se la Commissione fornisce una cornice monetaria coerente. La Germania, peso massimo dell’Eurozona e dell’Unione, farà tutto il possibile per assicurarsi che Unione Europea ed Eurozona rimangano un mercato privilegiato per le sue industrie, specialmente ora che i mercati globali stanno chiudendo o crollando.

In conclusione, se aggiungiamo a questo l’impatto di questa fase di dissesto a Russia e Cina, diventerà interessante vedere se questa crisi sistemica globale favorirà nuove integrazioni regionali come l’Unione Europea o il vecchio modello imperialista di USA, Russia e Cina. Come che sia, la crisi sistemica globale sarà un’altra versione della serie di crisi che hanno provocato il crollo di un impero dopo l’altro… un semplice adattamento al contesto economico del nuovo secolo.

PREPARARSI ALLA FASE DI DISSESTO GEOPOLITICO

La quinta fase della crisi sistemica globale colpirà nazioni e regioni della stessa nazione in modo diverso. In ogni caso, è possibile dare una serie di raccomandazioni per evitare di restare intrappolati nel processo del dissesto geopolitico nella particolare regione o nazione. Per questo è importante definire tre principali fattori che determineranno la gravità della disgregazione sociale, politica ed economica nella particolare area.
Secondo LEAP/Europe2020, i tre fattori sono:
1. il grado di pericolo fisico causato dalla disgregazione geopolitica nella particolare area;
2. il grado di dipendenza dalle forniture esterne della particolare regione / comune;
3. la stima della durata della potenziale scomparsa dei principali servizi pubblici e/o privati.

1. il grado di pericolo fisico causato dalla disgregazione geopolitica nella particolare area
Se le armi da fuoco sono di libera circolazione nella particolare nazione (tra le principali, solo gli USA sono in questa condizione), il modo migliore per reagire al dissesto geopolitico è lasciare la regione e trasferirsi in un’area che comporti minore pericolo fisico. Il processo comporterà una serie di interruzioni di servizi (cibo, acqua, sanità…), che probabilmente alimenteranno scontri letali in caso di presenza di armi da fuoco. Se le armi da fuoco non circolano in massa, il pericolo fisico diretto dovrebbe essere marginale.

2. il grado di dipendenza dalle forniture esterne della particolare regione / comune
Se la regione dipende fortemente dalle forniture esterne di energia, acqua, cibo, etc., è essenziale accaparrare beni o considerare di trasferirsi in una area meno dipendente.

3. la stima della durata della potenziale discontinuità dei principali servizi pubblici e/o privati
In molte regioni o nazioni, le interruzioni dei servizi saranno solo temporanee — questione di pochi giorni o settimane —. Con adeguata preparazione ed il sostegno della famiglia o dei vicini, questo periodo sarà superato facilmente.

In ambito finanziario, l’avvio della quinta fase (fine del 2009) della crisi sistemica globale sarà caratterizzato non solo dal crollo del dollaro e delle sue monete collegate, ma anche dalla sfiducia nella moneta cartacea (valuta fiduciaria) in generale. Quindi, chi vive nell’area Euro, Yen o Yuan, deve avere almeno il 30% dei propri beni in metalli preziosi o qualsiasi altra risorsa non monetaria di facile scambio. Molto importante: non bisogna lasciare queste risorse nelle banche, visto che sono esattamente le organizzazioni che più probabilmente chiuderanno durante il processo di disgregazione strategica. Le aziende dovrebbero tenere una grande quantità di denaro fuori dalle banche, sufficiente almeno a pagare gli stipendi nel caso in cui il sistema bancario chiuda.

Infine, si devono evitare tutti gli strumenti finanziari offerti dalla propria banca: non solo potrebbero essere congelati in caso di dissesto geopolitico, ma dei continui ribassi di tasso di interesse faranno le spese i risparmiatori.

Bisogna rimanere liquidi più possibile per essere pronti a spostarsi velocemente in caso di necessità.
E aspettare. Con tanta, tanta pazienza.

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2 risposte a "Oily way 3 — o della “crisi” (pronti al peggio!)"

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  1. può suonare strano, ma la strada per uscirne ce l’hanno indicata otto anni fa in Argentina.
    la folla che il mese scorso in Islanda ha sbattuto pentole e tegami, fino a provocare la caduta del governo contestato, mi ha fatto tornare alla mente lo slogan in voga nei circoli anticapitalistici nel 2002: «voi siete l’Enron, noi siamo l’Argentina». il messaggio era molto semplice: voi, politici e amministratori delegati riuniti in qualche summit economico, siete come quei dirigenti sconsiderati e truffaldini della Enron (e naturalmente non conoscevamo che la punta dell’iceberg); noi, ovvero la plebaglia lì fuori, siamo come il popolo argentino che, nel bel mezzo di una crisi economica spaventosamente simile alla nostra, scese in piazza sbattendo pentole e tegami: gridando «que se vayan todos» (devono andare via tutti) costrinsero alle dimissioni quattro presidenti, uno dopo l’altro, in tre settimane.
    la rivolta in Argentina nel 2001-2002 è stata unica perché non mirava a un particolare partito politico o alla corruzione in generale. l’obiettivo era il modello economico dominante. è stata la prima rivolta nazionale contro il moderno capitalismo deregolamentato.
    è servito un po’ di tempo, ma dall’Islanda alla Lettonia, dalla Corea del Sud alla Grecia, alla fine anche per il resto del mondo è arrivato il momento del «que se vayan todos». il messaggio della “gente comune” è: «Ne ho abbastanza di tutto quanto. Non ho fiducia nel governo, non ho fiducia nelle banche, non ho fiducia nei partiti politici e neanche nel Fondo Monetario Internazionale. Avevamo un Paese forte e loro lo hanno rovinato».
    ecco un altro richiamo alla situazione argentina: a Reykjavik i manifestanti ovviamente non si accontentano di un volto nuovo posto al vertice (anche se il neo primo ministro è una donna omosessuale): vogliono aiuti per la popolazione e non solo per le banche, indagini sulle responsabilità del collasso e una profonda riforma elettorale. richieste simili le sentiamo anche in Lettonia, dove l’economia ha subìto una contrazione più forte che negli altri Paesi europei e dove il governo vacilla pericolosamente. come in Islanda, anche i Lèttoni sono sconcertati di fronte al rifiuto dei governanti di assumersi le responsabilità del disastro (alla domanda dell’emittente televisiva Bloomberg su quali fossero le cause della crisi, il ministro dell’Economia lettone ha risposto «nulla di particolare»!). le stesse politiche che nel 2006 avevano consentito alla “Tigre del Baltico” di crescere del 12% sono anche la causa della violenta contrazione di quest’anno, che secondo le previsioni dovrebbe arrivare al 10%. quando il denaro è liberato da qualsiasi vincolo, defluisce con la stessa rapidità con cui affluisce, considerando anche che una buona quantità finisce nelle tasche dei politici.
    no, non è una coincidenza che molti dei “casi disperati” di oggi siano i “miracoli” di ieri: Irlanda, Estonia, Islanda e Lettonia.

    ma c’è qualche altra cosa di “argentino” nell’aria.
    nel 2001 in Argentina i leader risposero alla crisi con un pacchetto all’insegna dell’austerity, sollecitato dal Fondo Monetario Internazionale: 9 miliardi di dollari furono tagliati alla spesa pubblica, in particolare alla sanità e all’istruzione. ciò si è dimostrato un errore fatale. i sindacati organizzarono uno sciopero generale, gli insegnanti portarono le loro classi nelle piazze e le rivolte sembrarono non aver fine.
    il medesimo rifiuto popolare a sopportare il peso maggiore della crisi accomuna le proteste attuali. in Lettonia gran parte della rabbia dei cittadini è provocata dalle misure di austerity prese dal governo — licenziamenti in massa, servizi assistenziali ridotti, stipendi dei dipendenti pubblici diminuiti — e tutto per poter accedere al prestito d’emergenza del Fmi (no, non è cambiato nulla!). in Grecia i tafferugli di dicembre sono seguiti all’uccisione da parte della polizia di un ragazzo quindicenne, ma quello che li ha alimentati, anche quando gli studenti hanno ceduto il comando agli agricoltori, è stata la diffusa rabbia per la risposta del governo alla crisi: le banche hanno ottenuto un finanziamento di 36 miliardi di dollari, mentre i lavoratori si sono visti tagliare le pensioni e gli agricoltori non hanno ricevuto quasi nulla.

    il principale filo conduttore di questa violenta reazione a livello mondiale è il rigetto per la logica della “terapia dello shock” — espressione che descrive come nel corso di una crisi i governanti possano accantonare le leggi e andare dritti verso “riforme” (!) economiche impopolari —. l’espediente è diventato obsoleto, come ha recentemente scoperto il governo della Corea del Sud: a dicembre il partito al potere ha cercato di servirsi della crisi per far approvare a tutti i costi un contrastato accordo di libero scambio con gli Stati Uniti; interpretando in maniera estrema la politica delle “porte chiuse”, i legislatori si sono rinserrati nell’aula per votare in privato, barricando la porta con tavolini, sedie e divani. i parlamentari dell’opposizione non sono rimasti a guardare e, servendosi di mazze e persino di una sega elettrica, hanno fatto irruzione occupando il Parlamento per 12 giorni. il voto è stato rimandato per consentire un dibattito più prolungato.
    in Canada la politica è decisamente meno da filmato su YouTube, ma è stata comunque sorprendentemente movimentata. il primo ministro ‘tory’ ha presentato una legge finanziaria che privava i dipendenti statali del diritto allo sciopero, eliminava i fondi pubblici ai partiti e non conteneva alcun incentivo allo sviluppo economico: i partiti dell’opposizione in risposta hanno formato una coalizione storica, che non ha potuto prendere il potere solo a causa dell’improvvisa sospensione del Parlamento.

    il concetto è chiaro: i governi che reagiscono alla crisi provocata dall’ideologia del libero mercato insistendo sullo stesso programma contestato, avranno vita breve.
    la strada è indicata. come gridavano gli studenti italiani in piazza durante i cortei dello scorso autunno: «Non pagheremo noi la vostra crisi».
    i bastoni per marciare a Roma sono lucidati e pronti. questo ci salverà, altro che il povero pirla di Tremonti!
    (e la rima è involontaria)

  2. Mangla: e pensare che tu l’avevi già prevista, ‘sta cosa. Basta rileggersi L’Uomo Nuovo, quando Bulvina e i no-global criticano il liberalismo finto-democratico in quell’atollo del Mar Cinese, oppure quando Gorgeous Bunz (ha ha!) è riunito in quel motel sperduto del NordAmerica con la combriccola, e c’è Alien Brownspan (ha ha!) che spiega il “trucco” dollaro-petrolio che tiene in piedi gli USA a scapito del mondo. Adesso il mondo se l’è presa in quel posto! Il capitalismo ha tirato le cuoia. La globalizzazione si è rivelata un bluff. Rileggiti le tue pagine Mangla: è tutto scritto. E non se ne esce nel modo tragico che hai dipinto in questo thread, c’è un’altra soluzione, che parte dalle nuove generazioni brasiliane, indiane, cinesi… ora non ricordo a che pagina sia, forse tu te lo ricordi meglio, non farmelo andare a cercare…

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