I nuovi amanuensi (L’Umanità è come un pc: ogni tanto è consigliabile fare un back-up dei dati)

Nel Medioevo l’opera infaticabile degli scriptoria salvò la cultura occidentale dall’oblio. L’amanuense — o copista —, prima dell’invenzione e diffusione della stampa, era la professione di chi copiava manoscritti per mestiere, a servizio di privati o del pubblico. Nell’antichità classica la professione era esercitata dagli schiavi; dopo le invasioni barbariche fu coltivata soprattutto in centri religiosi (in particolar modo le abbazie dei Benedettini), e dal XIII Secolo si sviluppò una vera e propria industria di professionisti.
Fu in Calabria che prese il via il fenomeno. All’attività degli amanuensi si lega il personaggio romano Flavio Magno Aurelio Cassiodoro che fondò a Squillace il monastero di Vivario dedicato allo studio e alla scrittura. Qui istituì uno “scriptorium” per la raccolta e la riproduzione di manoscritti, che fu il modello a cui successivamente si ispirarono i monasteri medievali.

Amanuense medievaleCuriosamente, mille anni dopo va in scena un analogo fenomeno.
I nuovi amanuensi sono un popolo variegato: studenti, pensionati, professori universitari. C’è l’operaio stagionale, che lavora sui tetti: quando piove deve restare a casa, quindi può dedicarsi alla sua vera passione, digitalizzare libri, passandoli in uno scanner. C’è la studentessa di Lettere, con un libro nel cassetto che sta limando da molti anni; in attesa di completare la sua opera, copia quelle degli altri. C’è il pensionato dalle lenti spesse, specialista nella messa a fuoco delle copertine a colori.
Il frutto del loro lavoro e di qualche notte insonne finisce nella collezione delle biblioteche online che — legalmente — rendono poi i libri accessibili a tutti, gratis. Come “Liber Liber“, tra i primissimi progetti italiani (dal 1993) di biblioteche digitali, voluto da Marco Calvo. O come Project Gutenberg, noto anche con l’acronimo PG e in Italia come Progetto Gutenberg, un’iniziativa avviata da Michael Hart nel 1971 con l’obiettivo di costituire una biblioteca di versioni elettroniche liberamente riproducibili di libri stampati. Il progetto Gutenberg è la più antica iniziativa del settore; negli ultimi anni ha potuto avvalersi di Internet e ad agosto 2007 vantava nella propria collezione 22.000 libri.
Il fenomeno è arrivato adesso al suo apice nel mondo grazie al forte impegno di colossi come Google e di istituzioni come l’Unione Europea nel creare biblioteche di libri sulla Rete. Crescono anche i lettori (mezzo milione al mese sui testi di “Liber Liber”).
Dietro c’è il lavoro di un piccolo esercito di volontari, circa 2 mila in Italia, che si coordina via telefono o email. Lavorano nel tempo libero, circa due ore al giorno, per dare una vita eterna, in forma digitale, ai libri che amano. “Liber Liber” ha una sede fisica a Roma e una piccola redazione che supervisiona il lavoro, con una collezione di 2mila testi di cui sono scaduti i diritti d’autore. «Ci sono chicche come l’audiolibro del Pinocchio con un accompagnamento musicale donatoci dal musicologo francese Eric Montbel. La nostra edizione della Bibbia ha richiesto un lavoro di quattro anni di dieci persone. Abbiamo una delle edizioni migliori del Corano», racconta Calvo.
Duemila opere possono sembrare poca cosa, al confronto con il monumentale progetto di Google, che ha già messo online 10 milioni di libri (anche coperti da diritto d’autore, in accordo con biblioteche o editori). Ma tra questi non è facile trovare testi in italiano, su cui invece si concentra il lavoro di progetti come “Liber Liber”, dove i volontari peraltro impaginano con cura certosina e rispetto filologico il testo originale, e a volte lo arricchiscono con musiche e interpretazioni di attori.
Altre biblioteche digitali italiane sono il progetto Manuzio (associazione no profit), con centinaia di testi; e la Biblioteca Italiana (BibIt), gestita presso l’Università della Sapienza (1.700 testi). Gli archivi di libri italiani cresceranno nei prossimi anni grazie a progetti come Arrow (dell’Associazione Italiana Editori), che aprirà al pubblico a maggio; e Europeana (dell’Unione Europea), che mira a 10 milioni di opere entro il 2010 (libri, foto, film e altro). Ora ne ha 4,6 milioni, di cui però solo 100 mila italiane (e quasi tutte immagini).
Intanto, mentre maturano i progetti internazionali, i volontari continuano a lavorare. Con pazienza e precisione, perché se ci vogliono 10 ore per digitalizzare un libro, poi la fase di verifica e di impaginazione per pubblicarlo online prende molto più tempo — in media, da 2 mesi a 2 anni per un libro —. È trascorso un millennio, dunque, ma pare che nulla sia cambiato, a parte il supporto (che stavolta è “digitale”): l’Umanità sta nuovamente effettuando un back-up del suo Sapere!

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