«Gli Africani salteranno Rosarno» (l’Italia lo fa già da sempre).

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«Il tuo cristo è ebreo; la tua democrazia greca; il tuo caffè brasiliano; i tuoi numeri arabi; il tuo alfabeto latino. Solo il tuo vicino è straniero». — 1994, manifesto sui muri di Berlino



A Rosarno ha infuriato per due giorni e due notti prima una sommossa, con gli immigrati africani che bruciavano auto e picchiavano donne e ragazzi calabresi, e poi una caccia al “negro” con ronde armate che sparavano a pallettoni per ferire e ammazzare. Nel terzo giorno gran parte degli immigrati è stata portata via dalla polizia nei campi di concentramento chiamati — con infinita ipocrisia — “centri di accoglienza”, sulla costa jonica della Calabria; ma la “caccia al negro” è continuata contro i pochi dispersi che vagavano ancora nella piana di Gioia Tauro. Un incidente mortale potrebbe tuttora accadere, visto lo stato d’animo dei “cacciatori”.
Perché siamo arrivati a questo? A ben guardare, la spiegazione è abbastanza semplice. È fondamentale analizzare i mutamenti economici della zona. Un tempo gli extracomunitari erano necessari per la raccolta degli agrumi, mentre da un paio di anni a questa parte, grazie ai finanziamenti della Comunità Europea, conviene lasciarli sugli alberi (gli agrumi, non gli immigrati!), e poi farli marcire a terra. Tanto i soldi arrivano ugualmente. Dunque, stringi stringi, siamo arrivati a questo perché qualcuno a Strasburgo o chissà dove ha fatto una legge medievale pro-latifondisti e qualcun altro nella Piana di Gioia ha fatto uno sporco “repulisti” — e pure rima.
Come siamo arrivati a questo? È più difficile spiegarlo…

REAZIONI A CATENA
Non vorrei mai trovarmi casa e automobile prese a pietrate o incendiate o invase — con minacce a mia moglie e ai miei figli! —, perché di fronte a una cosa simile forse non reagirei con una «invettiva morale sull’inefficienza dello Stato» e/o «sulle condizioni infernali degli schiavi del XXI Secolo» ma probabilmente mi andrebbe il sangue alla testa, prenderei il primo bastone e mi comporterei come gli abitanti di Rosarno all’indomani delle bastonate ricevute fin dentro le proprie case (ci sono ancora donne con un occhio nero).
In certe situazioni bisognerebbe trovarcisi, per averne un’idea: è facile moraleggiare seduti dietro un pc o una telecamera…
Detto questo, però, è anche vero che a Rosarno PRESSOCHÉ NESSUNO — parlo dei cittadini — ha MAI alzato la voce né fatto passi concreti in favore degli immigrati di colore e delle loro condizioni. Passar loro una scodella di minestra o un vestito usato di quando in quando forse lava la coscienza, in perfetto stile ipocrito-cristiano, ma non autorizza a dire «dopo tutto quello che abbiamo fatto per loro, ci ripagano così…», come hanno fatto i Rosarnesi. La vergognosa caccia all’uomo successiva, poi, è veramente fuori dal mondo.
Ecco, è proprio qui che non ci siamo, con il comportamento degli abitanti di Rosarno, che l’11 gennaio sono sfilati in corteo scrivendo «non siamo razzisti» sui loro striscioni: nella reazione a sangue freddo. Nella “vendetta organizzata“. Che è tipica di una mentalità barbara, e che da noi in Calabria è purtroppo molto diffusa (sarebbe accaduto lo stesso a Bagnara o a Palmi o a Siderno). Ma che è anche l’evidente segno — e questo è il vero dato che emerge e che andrebbe analizzato — di un disagio latente che covava da tempo, di una “sopportazione a fatica” che alla fine è esplosa con la goccia finale.
A Rosarno, nel casino, è emerso chiaramente che sia gli immigrati sia i residenti italiani NON SOPPORTANO la situazione equivoca del nostro tempo, in cui lo Stato a parole condanna ma poi favorisce nei fatti questa immigrazione schiavista. A Nord come a Sud.
In un Paese normale, si farebbe qualcosa di serio (tipo nelle banlieue parigine, dove sono all’opera più assistenti sociali che poliziotti): qua invece «lasciamo fare, ‘ché tanto tutto si sistema da sé» — e comunque è il “prezzo da pagare” per avere quasi gratis un esercito di colf, badanti e raccoglitori di pomodori.

L’INFERNO DEI BIANCHI E DEI NERI
I Calabresi hanno difetti e virtù, come dovunque in Italia e nel mondo. Fra le virtù più radicate c’è quella dell’ospitalità, che ha un che di antico ed è tipica della civiltà contadina. Ma anche l’ospitalità si è logorata col passare del tempo e il mutare delle condizioni sociali. E con l’affermazione della Ndrangheta.
Fino ai gloriosi Anni Sessanta non esisteva mafia in Calabria; esisteva il “brigantaggio”, eredità Seicentesca, nei boschi dell’Aspromonte e delle Serre, non la mafia. Ora, da quarant’anni, la mafia calabrese è diventata la più potente delle organizzazioni criminali, surclassando quella siciliana e campana, e la gestione degli immigrati è una delle sue attività, specie nella piana di Gioia Tauro, dove le “Ndrine” possiedono anche fertili terreni coltivati ad aranci. Il caporalato è diffuso e utilizza il lavoro dei clandestini.
Ci sono circa 20mila braccianti destinati alla raccolta delle arance, dei mandarini e dei bergamotti. Non è un fenomeno recentissimo, dura da un ventennio. Riguarda solo maschi, in gran parte singoli, senza permesso di soggiorno, senza dimora, alloggiati in ovili diroccati o fabbriche abbandonate, senza acqua, senza luce, senza servizi igienici. Costoro vagano in Calabria, in Sicilia, in Basilicata, in Puglia, in cerca di lavoro giornaliero; secondo le stagioni raccolgono agrumi, olive, uva, pomodori. L’organizzazione del lavoro è in mano ai caporali, tutti affiliati alle cosche locali. Dodici ore di fatica massacrante nei campi per una paga di venticinque euro, sui quali i caporali trattengono un pizzo di cinque e i “camionisti-tassisti” un prezzo di due o tre.
«Cercavamo il paradiso, abbiamo trovato l’inferno» ha detto uno di questi poveracci avvicinato da un cronista. Se pensano che questo sia il paradiso vuol dire che sono fuggiti da inferni ancora peggiori. Sono gli ultimi della Terra. Quelli ai quali Gesù Cristo nel “discorso della Montagna” promise che sarebbero stati i primi nel fantomatico “regno dei cieli”. Alla fine dei tempi. Dodici ore di lavoro a 17/18 euro di paga. I tremila di Rosarno e gli altri come loro non hanno tempo di pregare, stramazzano in un sonno senza sogni.
Questo è l’amore? È questa l’ospitalità?
Dal canto loro, nemmeno i 15mila calabresi di Rosarno, dove i rifiuti si mangiano la strada, l’erba si mangia i rifiuti e il cemento si mangia l’erba, sono certo abitanti di un paradiso. Molti di essi non sono nemmeno santi: in questa brutta storia del gennaio 2010 i bulli di paese se la sono spassata giocando al tiro a segno con i fucili ad aria compressa, sparando sul “negro”. Forse mossi dai “capibastone”, forse per vincere la noia, chissà. Il razzismo c’entra ben poco. Hanno innescato loro la rivolta dei “negri”. E dopo la “ingrata reazione” dei reietti, hanno fatto partire la “vendetta”. Con i raid da Ku Klux Klan.
Il Comune di Rosarno fu sciolto per “infiltrazioni” — come fosse una tubatura rotta! — mafiose, ed è amministrato dal 2007 da un commissario prefettizio. A ogni nuova elezione, però, vincono sempre le Ndrine, perché in quella piana la mafia è un potere costituito, in attesa che lo Stato lo sconfigga. Quando avverrà questa vittoria dello Stato? «Alla fine dei tempi»: quando verranno il “regno dei giusti” e il Giudizio Universale. Prima però ci sarà stata l’Apocalisse.
Rosarnesi e Africani: bianchi e neri insieme in un girone dantesco, dunque.

VUOTO ISTITUZIONALE
Qualche domanda s’impone. Rivolta al ministro dell’Interno, a quello del Lavoro, a quello delle Attività produttive, a quello dell’Agricoltura: competenti — e quindi responsabili — di quel “paradiso”; ma anche al Prefetto, al Questore, al Comandante dei Carabinieri, al Governatore della Regione.
Non sapevate? Nessuno di tutti voi sapeva che la raccolta agricola di Calabria, Sicilia, Puglia e Basilicata è affidata a ventimila immigrati in gran parte clandestini, gestiti da caporali e pagati in nero? Non sapevate come e dove vivono? Non vi rendevate conto che si stava accumulando materiale altamente infiammabile? Non avevate l’obbligo istituzionale di intervenire? Di attrezzare una “accoglienza” decente? Di regolarizzare i clandestini e il loro lavoro, oppure di rimpatriarli ma sostituirli, visto che gli Italiani quel lavoro non sono disposti a farlo?
Maroni ha messo le mani avanti e ha dichiarato che «c’è stata troppa tolleranza»: bisognava cacciare i clandestini o processarli per il reato di clandestinità. «Tolleranza»? Questa è buona: un ministro dell’Interno che fa autocritica… Maroni infatti accusa se stesso: è lui che predica la sera e la mattina la “tolleranza zero”! Se ne scorda solo per il Sud Italia? O semplicemente non lo vede perché è troppo lontano, per lui, uomo dell’Italia “celtica”? Nel “suo” Nord le cose vanno in un altro modo: la miriade di piccole imprese della Val Padana e del Nordest hanno bisogno degli immigrati e organizzano un’accoglienza decente. Salvo poi dare i voti alla Lega a tutela della “integrità urbana”, della separazione o dell’integrazione col contagocce. Certo, è una situazione non facile: dal 1990 siamo passati da 500mila a 4 milioni di immigrati; ma la Politica avrebbe dovuto gestire questo complesso processo e le inevitabili tensioni sociali; invece ha puntato sulla Paura™ — un classico che ci hanno insegnato gli Americani — e ne ha ricavato “consenso”. Voti. Maroni e Scajola e Zaia e Sacconi preferiscono far finta che i problemi non esistano: aprono gli occhi solo quando scoppia la sommossa, ma quanto a ricette non propongono altro che l’espulsione. Cartellino rosso e via. Ma chi raccoglierà le arance, i pomodori, le olive? Chi attrezzerà l’accoglienza? I volontari della Caritas? Sarà la Croce Rossa a rifornire i nostri supermercati di prodotti agricoli?

UN PAESE DALLA MEMORIA CORTA
«Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. […] Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi o petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti fra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. Ognuno tragga le sue considerazioni».

Questo è un documento che a prima vista potrebbe essere scambiato per un rapporto sullo stato degli immigrati in Italia, a uso di qualche indagine sociologica oppure prefettizia. E invece è il “Rapporto sugli immigrati italiani”, stilato dal Congresso degli Stati Uniti d’America. La data è: 1912.
Non scordiamoci che siamo stati “brutti, neri e arrabbiati” anche noi.

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LA POESIA DI ADRIANO SOFRI
Di nuovo, considerate di nuovo / Se questo è un uomo, / Come un rospo a gennaio, / Che si avvia quando è buio e nebbia, / Che stramazza a un ciglio di strada, / Odora di kiwi e arance di Natale.
Che conosce tre lingue e non ne parla nessuna, / Contende ai topi la sua cena, / Ha due ciabatte di scorta, / Una domanda d’asilo / Una laurea in ingegneria, una fotografia, / E le nasconde sotto i cartoni, / E dorme sui cartoni della Rognetta, / Sotto un tetto d’amianto, / O senza tetto, / Fa il fuoco con la monnezza.
Che se ne sta al posto suo, / In nessun posto, / E se ne sbuca, dopo il tiro a segno, / “Ha sbagliato!”, / Certo che ha sbagliato, / L’Uomo Nero / Della miseria nera, / Del lavoro nero, e da Milano, / Per l’elemosina di un’attenuante, / Scrivono grande: NEGRO, / Scartato da un caporale, / Sputato da un povero cristo locale, / Picchiato dai suoi padroni, / Braccato dai loro cani, / Che invidia i vostri cani, / Che invidia la galera / (Un buon posto per impiccarsi), / Che piscia coi cani, / Che azzanna i cani senza padrone, / Che vive tra un No e un No, / Tra un Comune commissariato per mafia / E un centro di Ultima Accoglienza, / E quando muore, una colletta / Dei suoi fratelli a un euro all’ora / Lo rimanda oltre il mare, oltre il deserto, / Alla sua terra — “A quel paese!” / Meditate che questo è stato, / Che questo è ora / Che Stato è questo, / Rileggete i vostri saggetti sul Problema / Voi che adottate a distanza / Di sicurezza, in Congo, in Guatemala, / E scrivete al calduccio, né di qua né di là, / Né bontà, roba da Caritas, né / Brutalità, roba da affari interni, / Tiepidi, come una berretta da notte, / E distogliete gli occhi da questa / Che non è una donna, / Da questo che non è un uomo / Che non ha una donna, / E i figli, se ha figli, sono distanti, / E pregate di nuovo che i vostri nati / Non torcano il viso da voi.

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