Il finestrino di Google

digital divide

Qui in Italia ancora non abbiamo capito cosa sia la Net Economy e quale incredibile volàno della famigerata “crescita” essa sia. Governo, Confindustria e Sindacati, coi politici ben nascosti ma presenti anche loro, ce la stanno menando da dieci giorni con la “riforma del lavoro”, ossia con un rimescolamento delle regole di ciò che “esiste già” — fabbriche, pubblico impiego —, e non si parla mai neanche di striscio di ciò che invece altrove è già una miniera d’oro: l’informatica, il web, il software, e cose così.
Il nostro Paese langue e soffoca in un’economia vecchia e senza futuro; perdipiù, il settore portante che ci dovrebbe condurre in quel futuro dove altri già sono, l’«infrastruttura», è fra le più arretrate del mondo: il trascuratissimo problema del “digital divide” è la frattura che ci separa da quel futuro. Abbiamo ‘reti’ digitali — la banda larga — che fanno schifo, che andrebbero (ri)costruite di sana pianta, concentrando lì molti dei nostri sforzi. Ma nessuno ne parla: né Sindacati, né Governo, né le stesse Industrie.

Addirittura si potrebbero prendere due giganteschi piccioni con una fava — digital divide e “questione meridionale” — se questo investimento partisse dal Sud Italia anziché dalle grandi città del nord.

Per avere una pallidissima idea di quali numeri coinvolga, questa ‘Economia Internet’, apriamo un qualunque browser, il programma che ci serve per “navigare”. In un angolo di questo programma, ma ben visibile, c’è la “G” di Google: cliccandoci sopra, accediamo alla pagina del motore di ricerca. Se anche non è visibile “in un angolo”, questa G, comunque il browser, di base, ha probabilmente già impostata la “home” di Google come prima pagina da visualizzare quando ogni giorno apriamo il browser.
Bene: pensiamo che quella “G” o quella “home page” siano lì PER CASO, sul browser? La gran parte pensa che forse «sì, è lì perché è ‘normale’ che un browser porti per prima cosa a Google». Ecco, è qui che sta la nostra ignoranza abissale. È qui che sta il “digital divide” profondissimo non fra cittadini del sud e del nord ma fra l’Italia e il Futuro, quel domani che per molti altri Paesi è già un oggi — se non ieri.
Google versa ogni anno a Mozilla (la fondazione che ci dà il browser “Firefox”, uno dei più usati sui Pc) e ad altri produttori di browsers qualcosa come 600 milioni di dollari, SOLO per avere quella “G” da qualche parte, e/o per essere ‘di default’ la homepage dei browsers.
$600.000.000, ogni anno. Per mantenere quel link diretto su un browser, che molti di noi credono piazzato là perché «è naturale». E questo è solo un insignificante esempio di quali cifre girino nella Net Economy, che ho portato solo per la sua stupefacente banalità.

Da noi che facciamo, invece? Non riusciamo a stanziare più di 80 milioni di euro annui sugli investimenti per estendere/migliorare la benedetta banda larga. Che sarebbe la struttura su cui la Net Economy può girare. Cioè noi come Paese non investiamo per fare “l’autostrada” una cifra superiore a UN SETTIMO di quella che la sola Google stanzia per avere non un “casello autostradale” e nemmeno “un’automobile” bensì “un finestrino”, nella grande via che è l’era dell’informazione…

Quindi, rompeteci a oltranza i coglioni con quest’Articolo 18, signori. Che sarà cosa buona e giusta, come no. Ma accidenti qualcuno si vuole prima o poi alzare dalla sedia e guardare dove sta andando il resto del mondo?

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