Drive in 2.0

Drive in 2.0

Ora pare che si stiano preparando ad “adeguarsi al nuovo”.
Che non è più la “tv libera” ma la Rete, ugualmente libera. (Ancora non hanno capito il significato del termine “libertà”, pur essendosene appropriati nel nome e nei simboli…)

«Com’è che ’sti ‘grillini’ sono arrivati al 18% nei sondaggi, appena dietro il PD?», devono essersi chiesti disperati. E si sono risposti come solo degli irresponsabili quali sono potevano fare: «con dei blog, delle pagine Facebook, dei profili Twitter, tutta roba informatica». Disimpegnati da obblighi di lavoro ormai dallo scorso novembre, all’ombra di Monti e al chiuso dei loro summit segreti, di fronte al recente disastro delle urne devono aver chiosato: «l’informazione oggi corre sul filo di un modem, non più attraverso le antenne tv: entriamo lì in modo pesante pure noi, prima che sia troppo tardi».

Non la smettono mai con Marshall McLuhan e il suo «il medium È il messaggio», quell’equivoco sociologico del 1962 secondo cui il mezzo tecnologico plasma la comunicazione e produce effetti pervasivi sull’immaginario collettivo, indipendentemente dai contenuti dell’informazione veicolata di volta in volta; hanno nel sangue l’idea che in una società la forma mentis e la cultura delle persone siano influenzate non al 70, 80 o 90% ma al 100% dal tipo di tecnologia di cui tale società dispone.

Un errore colossale. Giocato sempre su McLuhan e su un altro suo fortunato slogan, il «villaggio globale», di due anni più tardi (1964). Di quest’altra idea, però, non hanno capito niente.
Perché internet non è un’azienda privata comandabile a bacchetta e con un bilancio truccabile. I social, i blogs, i wiki e tutto il cosiddetto ‘web 2.0’ non hanno telecomando, o perlomeno non ce l’hanno a Roma o a Milano (è in California, relativamente al sicuro). Non ci sono antenne da poter piazzare in giro in barba alle regole e con un Craxi alle spalle.
Con la Rete la gente — il famoso “popolo” — può scambiarsi informazioni e pensieri in tempo reale, non deve per forza subire inerte delle singole informazioni monodirezionali, un lavaggio di cervello chiamato Gioco Delle Coppie o Amici o Drive In, perché non ha alternative. Certo, una parte del “popolo” è sempre ammannita e rincoglionita da tanti panem et circenses, l’Aviaria-Muccapazza e Juve-Milan-Inter e Priorato di Sion e Belèn: ma un’altra parte, che giorno per giorno si fa sempre più estesa, sta imparando a usare il cervello, sta sgamando i trucchi.

Quindi attenzione, dirigenti cari: potete sbarcare sul web quanto volete. Ma non avete realmente compreso i motivi che stanno sbrecciando le urne, e in un modo molto diverso da quanto fecero i Radicali prima, la Lega poi. Non è “semplice voto di protesta”, stavolta. Non si tratta di “rottura degli schemi”. Sta cambiando proprio il senso della rappresentatività, l’idea che ci possano essere “adesso” le domande e i bisogni e “poi” i luoghi deputati — partiti o movimenti — che rispondono a queste domande e bisogni: tale schema tradizionale è esattamente quello che oggi è entrato in crisi. Le grandi scelte in materia economica, finanziaria, ambientale, scientifica, sono ormai estranee a quello che è il rapporto di rappresentanza, democratico — ma non necessariamente tale —, vale a dire quel rapporto in base al quale io delego dei politici a rappresentarmi. Questa è la realtà della “crisi della politica”: non che il ceto politico attuale sia inadeguato perché formato da imbecilli; è inadeguato perché agli occhi delle persone la politica è inadeguata ad affrontare tali questioni. Se poi questo ceto è composto da ladri e truffatori — come in Italia —, allora il rovesciamento si fa necessariamente più impellente.
Questo — fortunatamente per noi — vi sfugge.
Nessuno di voi ha ancora compreso perché Pizzarotti è diventato sindaco di Parma, e oggi il PdL viene frettolosamente ritirato dai banconi dei supermercati perché «pare che i clienti non gradiscano». Nessuno di voi ha ancora compreso che non siamo “clienti” bensì cittadini, e che la colla che vi tiene il culo sulla poltrona si sta sciogliendo — e non ci potete fare nulla.

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