Nove mesi dopo. Ritratto di un fallimento (che piace a tutti)

Mario Monti, o’ professore, è arrivato a metà strada del cammino messianico cui era stato chiamato dopo i disastri berlusconiani. Lui assicura che tra altri nove mesi sarà solo un senatore. Ma il partito di quelli che lo vorrebbero confermare premier è sempre più largo. Specie nel Pd, dai veltroniani a Enrico Letta — che lo chiama «supereroe» —. E l’area pro Mario va molto oltre: dal Vaticano ai “poteri forti” economici, fino a Wall Street. Fuori dall’Italia, specialmente, i Monti-entusiasti sono gli alti esponenti della tecnocrazia europea, gli ex colleghi del premier, e i guru mondiali dell’hi-tech, Apple, Google e Facebook, che si sono riuniti per accoglierlo alla Allen Sun Valley Conference in Idaho. L’altro volto della “finanza modello Wall Street”, storicamente legata al partito repubblicano. Un capitalismo innovativo, che punta su Monti per salvare la vecchia Europa. E anche la presidenza di Obama, sempre più traballante nei sondaggi, lo invoca con voce forte.
Obiettivamente, un successone internazionale come non si vedeva dai tempi della Thatcher. Ma cos’ha fatto concretamente in Italia, o’ professore? Poco. E maldestramente.

«Cresci, Italia» (così lo disegnai in dicembre. Ma nessuna crescita avvenne né avverrà)

Ecco come ricostruisce l’andazzo quel segugio infallibile di Marco Travaglio. L’8 gennaio 2012 Monti promette di mettere mano alla Rai «entro poche settimane» e poi non fa nulla per tre mesi e mezzo, anche dopo che il 28 marzo 2012 è scaduto il cda; si dice «disponibile a un decreto» per tagliare i fondi pubblici ai partiti e poi non muove un dito; annuncia che le province saranno abolite, poi si scopre che restano, ma i consiglieri non li eleggono più i cittadini bensì li nominano i consiglieri comunali, quindi ancora dietrofront, ne restano la metà, ma ci devono pensare le regioni; alza l’età pensionabile a 68 anni mentre ogni anno decine di migliaia di lavoratori vengono rottamati a 50, e poi s’accorge che così centinaia di migliaia di lavoratori restano senza stipendio né pensione; annuncia che gli «esodati» sono 65 mila perché i soldi bastano solo per questi, salvo scoprire che sono 350 mila; ripristina la tassa sulla prima casa (Imu), esentando le fondazioni bancarie, ma non le case di vecchi e invalidi ricoverati in ospizio; divide l’Imu prima in due poi in tre rate e annuncia aliquote più alte ma senza fissarle, gettando i contribuenti nel caos e beccandosi l’accusa di incostituzionalità dai tecnici della Camera.
Ma non è finita: abolisce le imposte sulle borse di studio fino a 11.500 euro, ma non per i 25 mila medici specializzandi scippandogli il 20% di quel poco che lo Stato concede loro per finire gli studi; abolisce dall’Articolo 18 il reintegro giudiziario per i licenziati ingiustamente con la scusa dei motivi economici, poi annuncia che la riforma è immodificabile, infine fa retromarcia alla prima minaccia di sciopero; lancia il decreto liberalizzazioni e poi lo lascia svuotare in Parlamento dalle solite lobby, mentre la Ragioneria dello Stato segnala la mancanza di copertura finanziaria per alcune norme; dà parere favorevole a un emendamento Pd che cancella le commissioni bancarie, salvo poi accorgersene e cancellarlo con un altro decreto; lascia passare un altro emendamento Pd che tassa gli alcolici per assumere 10 mila precari della Scuola, poi lo fa bocciare in extremis; annuncia la ritassazione dei capitali scudati, ma senza spiegare come si paga, così nessuno riesce a pagarla nemmeno se vuole; tassa le ville all’estero, ma si scorda quelle intestate a società, che sono la maggioranza, così non paga quasi nessuno; toglie ai disoccupati l’esenzione dal ticket sanitario e poi la ripristina scusandosi per il «refuso».
E ancora: vara il decreto «svuotacarceri» per sfollare le celle, col risultato che i detenuti aumentano (66.632 fine febbraio, 66.695 fine marzo); annuncia la tassa di 2 centesimi sugli sms per finanziare la Protezione Civile, poi se la rimangia e aumenta le accise sulla benzina; annuncia due volte nella Delega Fiscale un «fondo taglia-tasse» per abbassare le aliquote e abolire l’Irap coi proventi della lotta all’evasione, ma due volte lo cancella; depenalizza le condotte «ascrivibili all’elusione fiscale» con «abuso del diritto» che vedono imputati Dolce e Gabbana, indagati dirigenti di Unicredit e Barclays e multati dal fisco Intesa Sanpaolo per 270 milioni e Montepaschi per 260 (lodo salva-banche); inventa una tassa sulle barche di lusso, ma cambia tre volte le regole così pochi la pagano e quasi tutti portano gli yacht all’estero (“lodo Briatore”); nella riforma della Protezione Civile scrive che «il soggetto incaricato dell’attività di previsione e prevenzione del rischio è responsabile solo in caso di dolo o colpa grave», rischiando di mandare in fumo il processo in corso a L’Aquila contro la Commissione grandi rischi per omicidio colposo e le indagini sulla mancata prevenzione nel sisma del 2009 (“lodo salva-Bertolaso & C.”); nel pacchetto anticorruzione Severino cambia il nome e riduce la pena (e la prescrizione: da 15 a 10 anni) alla concussione per induzione, reato contestato a Berlusconi nel processo Ruby (“lodo salva-Silvio”).

Monti era stato chiamato per “riparare i danni dei politici”: ma viene francamente da chiedersi chi riparerà i suoi…

E che dire dei suoi “tecnici”?
Elsa Fornero (Lavoro). Una donna dura, una prima della classe, una talebana senza dubbi. Che ha iniziato con le lacrime ed è passata al pugno di ferro con in mezzo botte di paternalismo che gli italiani non hanno apprezzato affatto. Lei, che ha origini operaie e un curriculum di traguardi conquistati a prezzo di molto impegno, ha, nelle scelte concrete di governo, calpestato proprio i bisogni del ceto da cui proviene. Così le lacrime del debutto vengono spiegate dalla categoria del tradimento delle origini. Signora con gli occhioni liquidi, un reticolo di rughe che fa donna di classe più di un monile, e il ditino alzato a metà tra saccente e ammonitorio, il collier sfavillante che la ministra indossa quando va a scannare pensionati e lavoratori, l’indice sdottoreggiante, il ghigno compiaciuto, il filo di perle sbandierato senza un filo di femminilità: insomma, per molti, nient’altro che una “capoclasse carognetta”.
Quanto ai provvedimenti, ha realizzato una Riforma del Lavoro che lo stesso presidente di Confindustria Squinzi ha definito «una boiata», e la Riforma delle Pensioni che passa al metodo contributivo — una scelta automatica e già definita da oltre un ventennio —. Più che le sue lacrime di coccodrillo, resterà nella Storia la sua intervista al Wall Street Journal in cui ha sostenuto che «il lavoro non è un diritto», affermazione corretta poche ore dopo («Intendevo il posto di lavoro») a frittata fatta: il che, detto da un ministro di una repubblica «fondata sul Lavoro», che il Lavoro dovrebbe crearlo, favorirlo e proteggerlo…
Corrado Passera (Sviluppo Economico). Insieme a pochi altri ministri è uno degli esponenti dell’esecutivo tecnico più accreditati per rimanere in politica. Il suo obbiettivo era «la liberalizzazione delle attività economiche e la riduzione degli oneri per le imprese», inserito nel decreto “Cresci Italia” (gennaio 2012): non s’è visto nulla, sbarrato dai partiti e dalle lobby. Si segnala per un “Decreto Sviluppo” di 80 miliardi di euro privo di 79 miliardi di euro. Nel “vecchio West” un uomo di questo tipo sarebbe stato definito un gambler.
Paola Severino (Giustizia). Forse la più attiva, quanto meno nei proclami e nelle minacce («se il mio Anti-corruzione non passa, il governo va a casa»). Il suo “Svuota-Carceri” mira ad alleggerire il problema del sovraffollamento degli istituti penitenziari, e il suo restyling della geografia giudiziaria del Paese («una riforma epocale», dice lei), che cancella decine di tribunali e procure, punta a modernizzare l’apparato giudiziario. Ma se si guardano le cose nell’efficacia, in quest’ultimo punto il risparmio per lo Stato si limita a poche decine di milioni, lo Svuota-Carceri ha bisogno di un decennio per dimostrare la propria validità, il decreto Anti-corruzione non risolve i mali clientelari e castari del Paese. In più, certe uscite Severiniane (riaprire Pianosa e Asinara, o usare i detenuti per la ricostruzione in Emilia dopo il terremoto) sanno più di boutade populistica che di reale progettualità, e infatti suscitano un vespaio.
Andrea Riccardi (Cooperazione internazionale). Viaggia molto, parla molto, concentra in sé molte deleghe. Esclusa la gaffe sulla «politica schifosa», è il volto rassicurante del governo, nel senso che non sembra un alieno prestato ai Palazzi. Di concreto, a parte il recente sblocco dei fondi per la famiglia? Basta guardare il suo sito: incontri, discorsi, eventi, convegni, comparsate tv… Tutto quello che riguarda il ministro è minuziosamente elencato, competenze comprese. Ma nella home page del dipartimento Gioventù (una delle sue deleghe), campeggiano ancora i provvedimenti varati ai tempi della Meloni.
Francesco Profumo (Università). Ha faticato a dimettersi dal Cnr, fatica assai a distinguersi dal suo predecessore. Risultato: la riforma Gelmini continua a mietere i suoi perversi effetti, nella scuola come nell’università, e dell’invocata discontinuità non s’ha traccia. E mentre gli italiani (consultati on line dal Miur) gli bocciano l’idea di abolire il valore legale della laurea, il ministro scopre (dalla moglie insegnante) che, ohibò, assegnare le versioni di latino è inutile perché «gli studenti le trovano su Internet». Così, annuncia deciso: «Basta con i compiti a casa».
Pietro Gnudi (Turismo e sport) Non abbiamo le Olimpiadi, però vedrete che corse campestri. Eccolo, in sintesi, il Gnudi-pensiero. L’aspirazione, ripete lui nelle rare interviste, essere il «ministro della pratica sportiva» (non della teoria, si badi): più educazione fisica nelle scuole, più attività motoria per gli anziani e punto. Simpatico spettatore al governo, non aggredisce la realtà, però la osserva: Roma 2020 era prima un «sogno», poi un «dispiacere»; la legge sugli stadi «una priorità»; il turismo qualcosa da «rilanciare»; il disastro al Marassi «una brutta pagina». Vantaggio: nemmeno la realtà si cura di lui.
Lorenzo Ornaghi (Cultura). Pare che non ne possa più di essere chiamato «professore Ponzio» (nel senso di Pilato) e di farsi inseguire da vignette con la sua effigie e la scritta «chi l’ha visto?». «Mi sento come in una giungla del Vietnam, non si capisce da dove ti sparino addosso», si è lamentato. In effetti, gli sparano da ogni direzione. Così, tanto per rilanciarsi, ha avviato il commissariamento del Maxxi di Roma. E il Cam di Casoria che brucia le opere per sollecitare un suo intervento? «Non è di competenza del Mibac». Che il suo dichiarato «obiettivo immediato» sia «la pesca al luccio» è, in fondo, rassicurante.
Piero Giarda (Rapporti col Parlamento). Ora che s’è attivato sulla spending review, persino Renato Schifani s’è tolto lo sfizio di dirgli — fingendo di incoraggiarlo — quel che i politici dicono o pensano: «Si sbrighi, magari si faccia aiutare». Il ministro dei rapporti col Parlamento, infatti, ha col Parlamento un pessimo rapporto. Entra maldestro nel gioco («Vi dico subito che ammetteremo quattro emendamenti»), s’impiccia, s’imbroglia, esita (le riunioni dei capigruppo si son fatte interminabili). O, al contrario, come è accaduto al vertice col gotha dei ministeri a metà luglio, parla mezz’ora solo lui e poi se ne va.
Giulio Terzi di Sant’Agata (Esteri). L’hanno nominato ministro, si muove come l’ambasciatore (pur ottimo) che fu. La sua gestione, dai marò al blitz degli inglesi in Nigeria, ha scatenato inconfessabili moti di nostalgia per la berlusconiana politica del cucù. Isolato in Consiglio dei Ministri, scavalcato come referente interno dai suoi sottosegretari Dassù e De Mistura, commissariato dalla politica che l’ha costretto (con l’avallo di Monti) a un tavolo permanente coi responsabili esteri di PdL, Pd e Terzo Polo, s’è risospinto alla Farnesina a occuparsi di nomine e protestare per i tagli. Ambasciatore tra gli ambasciatori.
L’unico faro in cotanta penombra, Fabrizio Barca (Coesione territoriale). Figlio d’arte (di Luciano Barca —1920/2012—, partigiano, economista, deputato e senatore della Repubblica, tessera PCI nonché direttore de l’Unità), già presidente del Comitato delle politiche territoriali dell’OCSE, Servizio Studi di Banca d’Italia, direzione generale Ministero Economia e Finanze, e professore al prestigioso MIT di Boston e a Stanford (oltre che alla solita Bocconi), è l’unico ministro di Monti che possa vantare risultati lusinghieri: fra le altre cose, ha più che raddoppiato l’uso dei fondi UE per lo sviluppo delle realtà locali.

C’è un che di grottesco in tutto il casino dei “mercati” di questo luglio 2012 infuocato dagli anticicloni subtropicali dai nomi letterari (Scipione, Caronte, Lucifero, Minosse, Circe, Ulisse…). È propriamente l’atteggiamento dei “tecnici” italiani al governo, con frasi da studente impreparato che chiamato alla cattedra tenta di arrampicarsi sugli specchi — esibendo perfino un filo di spocchia.
«Lo spread dovrebbe essere al massimo a 200 punti». «Abbiamo i ‘fondamentali’ solidi». «Abbiamo fatto i compiti a casa». «Siamo tornati virtuosi». «I mercati ragionano per sentito dire». «I mercati dovrebbero guardare l’economia reale». «I mercati non capiscono l’economia italiana».
Ma per la miseria… Questa gente, i Passera, i Grilli, i Giarda, è stata messa dov’è perché in teoria di questi “mercati” conosceva le dinamiche, sapeva tenerli sotto al pacchero, o quantomeno maneggiarli. In nome di tale iniziatica irraggiungibile sapienza questi Harry Potter usciti dal cilindro di Napolitano hanno demolito il welfare, i redditi, le pensioni, i diritti, senza toccare i ceti abbienti, senza produrre innovazione, senza rimettere in riga le caste e per giunta innaffiando qua e là i media con le sparate saputelle quanto insopportabili dei Monti e delle Fornero nelle orecchie di un popolo che nel Dopoguerra non ha mai conosciuto simili livelli di disoccupazione e di pensieri cupi sul futuro.
Nove mesi di sodomizzazione popolare dopo, con il disastro vicino come e più di quando sono arrivati, questi superesperti se ne escono con dichiarazioni su ciò che i mercati «dovrebbero fare» e che invece maguardaunpo’?, si guardano dal fare…

Insomma, questo successo internazionale di Monti e dei suoi sembrerebbe un mistero insano, a guardarlo da dentro l’Italia. Eppure oggi che purtroppo le sorti del nostro Paese non dipendono più dal nostro Paese, la cosa ha perfettamente senso. E infatti a quanto pare tutti vogliono che il mistero insano continui.
“Agenda Monti”, la chiamano in codice i sostenitori del grande bis. Obiettivo: un secondo governo guidato dall’ex commissario europeo, questa volta non più “tecnico” ma con robusti innesti politici, con tutti i big (Bersani, Casini, D’Alema, Alfano e forse perfino Berlusconi) dentro, nei ministeri chiave. Da costruire fin da ora.

Non si capisce più niente. O sì?

Forse basterebbe finirla con questo miraggio della “crescita”: che non ci sarà più. Ed è semplice capire perché.
Come mai negli ultimi anni tutti i Paesi industrializzati hanno accumulato debiti pubblici sempre più consistenti, fino a raggiungere nel 2010 valori che vanno da un minimo dell’80% del prodotto interno lordo nel Regno Unito al 225,8% in Giappone? Nell’Eurozona, nel corso del 2010 il rapporto debito/Pil è salito dal 79,3 all’85,1%. Eppure il ‘Patto di stabilità’ firmato dai Paesi dell’Unione Europea nel 1999 fissava al 60% la soglia massima di questo rapporto. E ancora: perché gli Stati e le amministrazioni locali spendono sistematicamente cifre superiori ai loro introiti? Perché il sistema bancario induce le famiglie a spendere cifre superiori ai loro redditi?
La risposta è intuitiva: perché la sovrapproduzione di merci ha raggiunto un livello tale che se non si acquistasse a debito, crescerebbe la quantità di merci invendute e si scatenerebbe una crisi in grado di distruggere il sistema economico e produttivo fondato sulla crescita infinita del Pil. Il debito pubblico, del resto, è il pilastro su cui si fonda la crescita in questa fase storica.
Proprio nel tentativo di far ripartire la crescita e aumentare il Pil, negli ultimi anni in Italia è stata finanziata la rottamazione delle automobili, sono state concesse agevolazioni fiscali per la costruzione di nuove case, sono stati dati incentivi all’installazione di impianti a fonti rinnovabili senza porre vincoli a favore degli autoproduttori né della tutela ambientale, è stata deliberata la costruzione di opere pubbliche tanto costose quanto inutili.
Ciononostante, gli incrementi della spesa pubblica in deficit non hanno riavviato la crescita, come del resto in tutti gli altri Paesi industrializzati, né hanno diminuito la percentuale dei disoccupati, che anzi è aumentata. Insomma, abbiamo speso denaro pubblico, abbiamo aumentato il debito E NON ABBIAMO OTTENUTO NULLA.

Per quale ragione gli stimoli forniti alla ripresa economica attraverso la spesa pubblica non hanno dato i risultati attesi? Perché nei Paesi industrializzati lo sviluppo tecnologico ha determinato un eccesso di capacità produttiva che cresce di anno in anno. Macchinari sempre più potenti producono in tempi sempre più brevi quantità sempre maggiori di merci con un’incidenza sempre minore di lavoro umano per unità di prodotto. Per questo la disoccupazione aumenta invece di diminuire.
Inoltre queste tecnologie sono molto costose, e per pagarle le aziende si orientano sempre più verso la finanza; in più i macchinari non possono rimanere fermi, perché ne deriverebbero forti danni economici in termini di ammortamento dei capitali e di mancati guadagni: devono lavorare a pieno regime, e tutto ciò che producono deve essere acquistato anche se non ce n’è bisogno. Quindi le tecnologie accrescono l’offerta di merci in misura superiore alla crescita della domanda e ciò comporta una diminuzione dell’occupazione, la diminuzione dell’occupazione riduce ulteriormente la domanda. Perciò in queste condizioni l’unico modo per incrementare la domanda è l’indebitamento.

La “crescita” non è la soluzione. È il problema.
Quando un dirigente — politico o tecnico che sia — dichiara che cerca il modo di «favorire la crescita», vuol dire che non ha capito un cazzo oppure che è fraudolento, e dunque non va votato. Chiunque egli sia.
La vera soluzione sarebbe quella di rallentare: meno finanza, che porta a riorientare l’industrializzazione alle cose realmente necessarie, e l’abbandono di parametri come il Pil. Ci vorrebbe un ripensamento mondiale del sistema basato sui debiti.
L’Italia da sola non può fare nulla. Peggio: l’Europa da sola non può fare nulla.

E allora ecco che si spiegano i tanti sostenitori, perfino troppi per un premier che doveva durare pochi mesi, nei piani dei capi-partito italiani — il tempo di fare i compiti, di mettere la faccia sulle misure più sgradite, di approvare le riforme richieste dalla BCE nella lettera di intenti di un anno fa che il governo Berlusconi non era riuscito a fare, e poi sarebbe tornata la politica (sic!) dei partiti, con i suoi riti, le alleanze, i candidati premier —. Ora che la data delle elezioni si avvicina, Monti sembra sempre più insostituibile agli occhi dell’opinione pubblica nazionale (e internazionale) perché la politica italiana è avvolta nelle sue solite manovre bizantine: il balletto sulla legge elettorale, il tormentone del ritorno di Berlusconi, le incertezze sulle alleanze e il crescente nervosismo del Pd, costretto ad appoggiare anche le misure più impopolari del governo (spending rewiew) mentre il PdL progressivamente si disimpegna. E mentre la gente fugge dai partiti e il consenso si disperde in mille rivoli.

In un’epoca in cui Sinistra e Destra, Conservatori e Progressisti, Repubblicani e Democratici, sono soltanto «etichette stinte di bottiglie vuote» — conta solo il dio denaro —, in un mondo che deve accontentarsi delle Merkel e degli Hollande quando invece ci sarebbe bisogno dei De Gasperi, dei Kohl, dei Kennedy, una figura pacata e apparentemente sicura di quello che fa e che dice come Monti è in grado di mettere d’accordo tutti sia in Italia che nel mondo.
Monti è necessario perché la politica (e non solo da noi) non esiste più: da ora in poi serve solo un sedicente esperto di tattiche economiche. A meno che non intervenga un terzo incomodo dall’esterno (penso per esempio al “MoVimento 5 Stelle” di Beppe Grillo) a sparigliare per sempre il “bipolarismo all’italiana”, noi non rinunceremo per lunghi anni, ai tecnici: semplicemente, li travestiremo da politici.

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