Nativo digitale, irreperibile come il suo pensiero

Native digitalsCos’è un “nativo digitale”? Qualcuno ne ha mai visto uno?
Stando ai dizionari di slang, “nativi digitali” sarebbero i giovani degli Anni ’10, la generazione nata davanti al computer e alle consolle, che quindi malsopporterebbe i libri, “l’analogico”, e a scuola la didattica tradizionale a base di quadernini, penne biro e lavagne di ardesia.
Nei periodi di crescita, quando i cambiamenti veloci mettono in discussione le conoscenze del passato, la cultura ufficiale, “mainstream” — scuola compresa —, si scopre improvvisamente come il baluardo di tradizioni inutili. Probabilmente ogni nuova generazione è insoddisfatta delle due o tre generazioni precedenti che trova già in campo al momento del suo ingresso nella società — “gli adulti”, i familiari, gli insegnanti, la classe dirigente —, e il cosiddetto “digitale” è semplicemente il terreno in cui oggi si esprime questa insoddisfazione. Finché alla lavagna di ardesia non si sostituisce quella digitale e al libro un iPad, giusto per scoprire che comunque la lezione bisogna studiarla lo stesso, e che studiare è comunque fatica.
Il fatto è che io, che pure su Internet ci passo parecchie ore al giorno, non posso dire di conoscere “nativi digitali”. Da un certo punto in poi devono esserne nati, certo, e a un certo punto arriveranno pure tra noi: però attualmente non li vedo. Ne sento sempre parlare ma non ne vedo! Forse sono davvero troppo avanti per me, invisibili nelle pieghe della social-network-sfera? O piuttosto sono quegli avatar goffi che vedo io, che pasticciano su Wikipedia, che lucrano aiutini per i compiti su YahooAnswers, che mandano in trend imbarazzanti catene su Twitter, che a 15/16/17 anni ancora ignorano che se carichi una foto su Facebook non è più “tua” ma di Facebook?

Che ci abbia messo fuori strada il cliché anglosassone del “geek” (“nerd” nei film), il genio adolescente e asociale alla Zuckerberg, alla Bill Gates, come se bastasse nascere nell’èra del computer e smanettare sulla PlayStation, per diventare un Leonardo da Vinci del computer?
No, non va così, ci dev’essere un equivoco. La maggior parte dei bambini che tirano pallonate nei cortili non diventano Lionel Messi, e la maggior parte di quelli che chattano su Facebook non creano alcuna nuova dimensione comunicativa: si stanno solo scrivendo “bigliettini”, telegrafici e sgrammaticati come quelli che si scambiavano i fratelli maggiori via sms e che noi ci passavamo a mano (con un po’ più di grammatica) usando la biro e la carta. Addirittura, oggi l’adulto, “non-nativo”, può intercettare questi ragazzini molto più facilmente di quanto non facessero i nostri padri con noi: se l’adulto “non-nativo” ha un profilo Facebook (e ormai lo hanno tutti), può impratichirsi dei loro linguaggi e parlarli più o meno facilmente. Ogni generazione ne sviluppa di nuovi: però oggi possiamo sapere cosa significano LOL e WUT prima che qualcuno ce lo scriva in classe sulla lavagna di ardesia; ieri no, ieri “i grandi” erano veramente tagliati fuori.
Questi fantomatici “nativi digitali” nascono insomma già colonizzati dagli adulti, i quali arrivano da un altro pianeta ma disponendo di tutto il bagaglio di esperienza necessario a spadroneggiare.

Personalmente, non sono nemmeno sicuro di sapere come ragioni un “nativo digitale”. Posso solo immaginare che darà poca importanza alla memorizzazione delle nozioni: perché perdere tempo a immagazzinarle in un archivio scadente, capriccioso e soggetto a usura come il cervello, quando ormai sono ovunque, a portata di clic, “nella nuvola”? Ma è un errore drammatico. Le nozioni sono fondamentali, sono le particelle elementari che compongono la conoscenza, sono i pistoni di quel motore vitale che è la curiosità: indubbiamente il cervello è un “hardware difettoso”, ma il suo fascino sta proprio negli arbitrii che commette e nelle cancellazioni impreviste. Sta soprattutto negli abbinamenti inconsulti, che sono alla base del vero genio, delle scoperte migliori. Non saprò mai cosa trovare “in the cloud” se non parto da qualcosa che ho già nella testa: motivo per cui ancora oggi un “nativo digitale” non ha alcun vantaggio intellettuale su un tizio di dieci/quindici anni più grande che abbia letto e studiato sui “vecchi” libri di carta.

Un “ragazzo” come me, nato negli Anni ’60 e cresciuto leggendo i giornali in casa e i libri a scuola, poteva effettivamente capire il senso di un fatto di cronaca prima (e magari meglio) dei genitori. Il “nativo digitale” di oggi ha un vantaggio del genere sugli adulti? Per niente: se guardo le “bacheche” e mi limito a pensare solo alle emergenze degli ultimi mesi — crisi economica, Siria, terremoti, declino della politica —, tutti questi «giovani che la sanno più lunga di me» non li vedo proprio. Vedo soltanto un po’ di gente che crede alle scie chimiche, al “signoraggio”, ad Haarp. E mi viene da pensare che la mia generazione di nati nel Novecento sia l’ultima dotata di pensieri, cultura e principî di un qualche spessore, di una certa validità e utilità: per ora, perlomeno in Italia, questo tanto vagheggiato “nascere nel digitale” sembra una sòla pazzesca.

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