Mad in Italy — 2. We call it riding the gravy train

Alitalia, Telecom Italia: quell’«Italia» nel brand è ormai una beffa.
Il “capitalismo senza capitali” all’italiana svende i suoi antichi gioielli, ma non prima di averli spogliati di tutto. E se il caso Parmalat fece esplodere il marcio del sistema — e regalò ai francesi di Lactalis un’azienda produttivamente sana ma economicamente fondata sui falsi in bilancio —, non c’è bisogno dei processi per avere il quadro completo con il resto di un Paese in saldo. Il caso della compagnia di bandiera, che doveva restare italiana e oggi rischia di cambiare nazionalità a prezzo da outlet, rimane la cartina di tornasole di un osso — l’industria italiana — spolpato fino al midollo e poi lasciato al suo destino.

Nel 2008 la nostra compagnia di bandiera era sull’orlo del fallimento. Air France-Klm si offrì di rilevarla pagando lo Stato italiano in azioni, con una quota di minoranza del grande gruppo nel quale sarebbe confluita, per un controvalore di 140 milioni. Avrebbe quindi investito un miliardo di euro nell’azienda, accollandosi pure 1,4 miliardi di debiti. Si sarebbero per giunta evitati il fallimento e la liquidazione, presumibilmente infinita, dell’Alitalia, con costi forse altrettanto infiniti per le pubbliche casse. Il ministro dell’Economia dell’epoca, il buonanima Tommaso Padoa-Schioppa, dopo aver inutilmente fatto il giro delle sette chiese per trovare qualche imprenditore italiano disposto a rilevare la compagnia, s’era rassegnato alla soluzione francese. Da italiano, senza fare salti di gioia (confessò di sentirsi «come il guidatore di un’ambulanza che sta correndo per portare il malato nell’unica clinica disposta ad accettarlo»).
La campagna elettorale però infuriava e a Silvio Berlusconi non sembrò vero che gli venisse consegnata su un piatto d’argento un’arma tanto affilata per la sua offensiva propagandistica contro la Sinistra accusata di voler «svendere l’Alitalia ai Francesi». Sappiamo com’è andata: il Centrodestra vinse le elezioni, la vendita sfumò, la compagnia fu messa in liquidazione e si diede vita a un’Alitalia-bis guidata dal più coraggioso dei «capitani coraggiosi», Roberto Colaninno (vd. sotto), con l’alchimia della famigerata “bad company”, un’Alitalia parallela di scarto, lavabo nel quale far affluire “la schiuma coi peli” (= debiti). Berlusconi non poteva venir meno alle promesse fatte prima delle elezioni e impegnò a fondo l’apparato (e il portafoglio) pubblico: niente debiti, cassa integrazione per ben cinque anni, bonus per le assunzioni, deroghe alla concorrenza… Il disegno però non sarebbe andato a buon fine senza l’appoggio determinante del futuro ministro Corrado Passera, che collocò la sua Banca Intesa/San Paolo in prima fila fra gli azionisti — alcuni dei quali perfino concessionari dello Stato.

A cinque anni di distanza, ecco l’inevitabile resa dei conti. Magra consolazione per chi fin dall’inizio avvertiva (e temeva) che il conto dell’operazione «patrioti» lo avrebbero pagato gli Italiani. Antonella Baccaro del Corriere della Sera ha calcolato che il presunto salvataggio dell’Alitalia ci sia già costato 3,2 miliardi. Senza considerare il mancato incasso per la vendita, la liquidazione della vecchia compagnia, i maggiori oneri per gli utenti causati dal monopolio triennale sulla tratta Milano-Roma, gli scioperi del personale… E la bolletta per i contribuenti sarebbe stata ancora più salata se l’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri, e l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, non avessero resistito alle pressioni di Palazzo Chigi che voleva far intervenire accanto ai «patrioti» la società pubblica. Ma anche senza quel supplemento, si è arrivati a una cifra non troppo lontana dai 5 miliardi. Somma ben superiore, va ricordato, al gettito Imu per la prima casa.
(C’è chi se ne ricorda: e c’è chi vorrebbe che se ne ricordassero anche i responsabili di quell’immane spreco. E magari chiedessero scusa, prima di pretendere l’abolizione dell’imposta su tutte le case di residenza e il blocco dell’aumento Iva. Perché ad appesantire il macigno di quelle tasse c’è una pietruzza che hanno messo loro.)

E con Alitalia, Telecom Italia. Che non fa eccezione alla logica dei poteri (ex) forti.
Con una manciata di lenticchie, circa 350 milioni di euro, Telefónica España conquista Telecom Italia, il colosso italiano delle tlc, che fattura 30 miliardi di euro, dà lavoro a 82mila dipendenti, possiede la rete nazionale delle telecomunicazioni e gestisce i dati sensibili delle procure di tutto il Paese (le intercettazioni).
Non a caso, immediatamente dopo l’ufficializzazione della vendita di Telecom Italia agli Spagnoli, Mediobanca ha diramato una nota per proclamare l’utile del trimestre. In dettaglio, si legge, «a seguito dell’aumento di capitale Telco sottoscritto da Telefónica España, operazione che valorizza Telecom Italia con un premio dell’85% rispetto alle attuali quotazioni, la partecipazione Mediobanca al capitale sociale di Telco si riduce dall’11,6% al 7,3% (e quella in trasparenza in Telecom Italia dal 2,6% all’1,6%). Inoltre a seguito del parziale acquisto da parte di Telefónica del prestito soci, Mediobanca riduce il prestito soci di pertinenza per 35 milioni (da 78 a 43 milioni) attraverso il concambio in azioni Telefónica e realizza un utile di circa 60 milioni, registrato nel 1° trimestre del corrente esercizio». Bella roba.
Tradotto: dopo essersi contesi per 16 anni il controllo di Telecom Italia, trofeo ambito nelle loro guerre di potere, gli ex poteri forti l’hanno consegnata, per pochi spiccioli, a Telefónica España, rattoppando in questo modo i propri bilanci. Nel frattempo Telecom è stata una macchina da soldi che ha propiziato arricchimenti e carriere. Adesso non c’è più niente da spolpare ed è un problema di cui liberarsi al più presto.
Le cosiddette “banche di sistema” e i profeti dell’italianità riscoprono gli imperativi categorici del mercato. Il governo tace. Il viceministro alle Comunicazioni, Antonio Catricalà, il 24 settembre ha detto: «Vorremmo che tutte le aziende fossero italiane, ma non viviamo nel mondo dei sogni». Complimenti. E sticazzi.

ltro che Agenda Digitale: l’Italia rischia di restare senza Internet e pure senza telefoni. Un’esagerazione? La complessa partita a scacchi che sta portando all’eutanasia di Telecom rende fondato il timore.
Al centro della scena c’è il presidente di Telecom Italia, Franco Bernabè (a proposito, è semplicemente strepitosa l’uscita del presidente esecutivo dell’ex monopolista nel corso di un’audizione in Senato: «Ho saputo della vendita agli spagnoli solo dai comunicati stampa». Il classico “virus dell’insaputa” di scajoliana memoria con la casa al Colosseo, dà ancora una volta la misura della qualità dei manager tricolori…). Ha bisogno di capitali da investire sulla rete del futuro ma l’azienda non li ha perché è ancora gravata da 40 miliardi di debiti accumulati da Roberto Colaninno (che scalò il colosso a spese della stessa Telecom nel 1999) e da Marco Tronchetti Provera che la rilevò nel 2001. Bernabè punta a un aumento di capitale, cioè i soci che iniettano denaro nell’azienda.
Ma i padroni di Telecom non vogliono scucire un euro, perché quando hanno comprata lo hanno fatto per il controllo (in italiano corrente: il potere) e non per investire nelle telecomunicazioni. E del resto è comprensibile, basta guardare come è composto il salotto buono denominato Telco: questa scatola appositamente costituita nell’aprile 2007 ha acquistato dalla Pirelli di Tronchetti le azioni Telecom a 2,8 euro l’una, con un investimento di 4,5 miliardi. Oggi il 22,45 per cento di Telecom, che basta a Telco per comandare, vale in Borsa circa 750 milioni (il titolo vale 0,59 euro: in sei anni si son persi tre quarti dell’investimento). I soci di Telco sono Telefónica España con il 46,18 per cento, Mediobanca e Intesa Sanpaolo con l’11,62 per cento a testa e Assicurazioni Generali con il 30,58 per cento. Il numero uno di Mediobanca, Alberto Nagel, ha detto a chiare lettere che lui vuole sbarazzarsi dell’imbarazzante investimento, e che certo non si sogna di mettere altri soldi. Il boss di Generali, Mario Greco, è sulla stessa linea: come spiegare agli azionisti che la compagnia ha perso un miliardo e mezzo per giocare con i telefoni? Nagel e Greco hanno dichiarato all’unisono guerra a salotti, patti di sindacato e “capitalismo di relazione”, e si comportano di conseguenza. Tace con vivo imbarazzo Enrico Cucchiani, capo di Intesa Sanpaolo, che si è autoeletta “banca di sistema” (ha all’attivo il capolavoro della difesa dell’italianità di Alitalia).

Il numero uno di Telefónica si è rassegnato a offrire agli altri soci Telco fino a 1,09 euro per azione, più del doppio del valore di mercato (perché loro possono: ai piccoli azionisti invece non tocca niente se il controllo delle società quotate si scambia con meno del 30% delle azioni). Le trattative sono ferventi, con varie riunioni nella sede milanese di Mediobanca. In pratica Cesar Alierta (ad di Telefónica) pagherà al massimo 850 milioni, probabilmente in due tranche. Per una società che vale in Borsa oltre 11 miliardi è un sacrificio accettabile: soprattutto se serve a paralizzarla.
Ma il guaio più grosso (per il Paese) è che Alierta non intende mettere un solo euro nella società italiana. Ha già detto a Bernabè che se vuole investire sulle tlc italiane può vendere Telecom Argentina e Tim Brasil, cioè i due unici pezzi del residuo impero che producono utili. Il fatto è che in Argentina e Brasile ci sono anche le controllate di Telefónica, alle quali le società italiane fanno una fastidiosa concorrenza. E la sorte di Telecom Italia senza l’America Latina è segnata.
Gli azionisti italiani in fuga hanno un alibi perfetto: anche se non vendono è uguale. Infatti nel 2007, all’inizio dell’avventura, hanno consegnato ad Alierta un diritto di veto su ogni decisione importante, per esempio gli aumenti di capitale. Quindi Bernabè, anche se Mediobanca, Intesa e Generali non vendessero, non potrebbe mai portare al cda la proposta di aumento di capitale, perché Alierta la bloccherebbe. E neppure un aumento di capitale riservato a un nuovo socio: siccome si parla di 3/5 miliardi, chi paga diventa padrone e Alierta non vuole. Bernabè ha fatto sapere che se le cose vanno avanti così, il suo addio sarà automatico. Ma la Telecom è stata consegnata al suo concorrente Telefónica nel 2007, e la politica se ne accorge (forse) solo adesso che è tardi.

Insieme alla bandiera italiana, cade definitivamente anche la figura di “banca di sistema” che Intesa Sanpaolo ha voluto giocare sia in Telecom Italia che in Alitalia, con risultati disastrosi. Pure Generali si lecca le ferite dell’aver servito interessi che non erano né suoi né dei suoi azionisti. Ma va soprattutto sottolineata, dietro le due catastrofi, la presenza di un unico uomo. Che quindi assurge a imperituro simbolo della nostra malsana imprenditoria.
Roberto Colaninno è l’uomo che può mettersi al petto le medaglie di due megadisastri, entrambi figli della stessa decisione di comprare senza soldi società che potevano prosperare solo investendo somme enormi.
Se all’epoca della scalata di Telecom Italia i leveraged buyout erano una piaga mondiale e l’investimento di capitale proprio era considerato “old economy”, sorpassato, inutile, la pretesa italianità di Alitalia sbandierata da Silvio Berlusconi è stata fin dall’inizio una vera presa in giro, che peraltro il Partito Democratico non ha mai questionato veramente e non questiona nemmeno oggi (forse perché il figlio Matteo Colaninno è deputato e responsabile economico del PD?). Uscito indenne dal crollo delle quotazioni delle società telefoniche, perché i soci lo costrinsero al classico «vendi, guadagna e pentiti», Colaninno deve aver pensato di avere sempre la dea bendata con sé. Lasciato il cerino Telecom Italia in mano a Tronchetti Provera (un altro che dopo il fortunatissimo affare con la Corning deve aver pensato che Dio era dalla sua parte), egli ha capeggiato una cordata di soci che non sapevano nulla di aviazione, ma erano sicuri di poter rivendere con profitto Alitalia ad Air France alla scadenza del vincolo quinquennale di lock-up.
Purtroppo per lui e nonostante l’osceno favoritismo da parte del Governo Berlusconi, che gli aveva consentito di fondersi con AirOne in totale esenzione da qualunque considerazione di mantenimento della concorrenza (per esempio concedendogli il monopolio della rotta Milano Linate – Roma Fiumicino), cui va aggiunta la cecità dell’ENAC (che ha sempre chiuso gli occhi sullo scempio che Alitalia fa delle norme che regolano l’aeroporto di Linate), Roberto Colaninno non si è trovato i soci di Hopa che lo costringessero a uscire e monetizzare, ma solo un direttore generale, Rocco Sabelli, che due anni fa lo mise (inutilmente) sull’avviso: si doveva vendere subito ad Air France accettando una piccola perdita. Come un giocatore d’azzardo che non si rassegna, Colaninno allontanò Sabelli e lo sostituì con l’inconsistente Ragnetti, pensando che Alitalia avesse carenze di marketing, anziché quella posizione strategica totalmente errata che tutti per 5 lunghi anni hanno potuto vedere…

ra, con il passaggio all’estero di molti colossi del lusso e dell’alimentare (già tristemente tracciato in questo precedente post), se ne va non solo parte del Prodotto interno lordo italiano, ma anche una larga fetta di quella forza economica che dovrebbe “far ripartire” il Paese. Le stesse aziende, diventate multinazionali, decideranno autonomamente dove pagare o non pagare le tasse: basta vedere i casi delle grandi società di Internet, da Google a Facebook, da Apple ad Amazon (ma anche di gruppi come Starbucks e Fiat), che puntano da sempre a una eufemistica “ottimizzazione fiscale”. Il pericolo è poi che con un Debito che arriverà a oltre il 130% del PIL, lo Stato non decida di cedere altri gangli nevralgici del Paese. Finmeccanica, il gruppo che gestisce tutti gli appalti delle nostre forze armate, e le sue controllate sono già in vendita. Dopo di che, restano soltanto i tesori artistici, come Pompei e il Colosseo, per i quali la Disney farebbe tappeti d’oro.

In fin dei conti, l’attuale classe dirigente dell’economia italiana non sembra essere migliore – né eticamente, né tecnicamente – di quella che comanda in politica; per accorgersene, al di là del mitico Colaninno, basta non far finta di non sapere chi c’è tra i famosi «patrioti» che hanno rilevato Alitalia a spese nostre: Emilio Riva, quello dell’Ilva, indagato e già ai domiciliari; Salvatore Ligresti, arrestato; Francesco Gaetano Caltagirone, indagato per frode fiscale; Antonio Angelucci, indagato per truffa allo Stato… (E quello che li ha chiamati a raccolta, come noto, è un altro “grande imprenditore italiano” appena condannato per frode fiscale.)
L’amarissima verità dunque è che negli ultimi vent’anni una classe politica di bassissima levatura ha dato in gestione la sesta economia al mondo a manager ignoranti, incompetenti e voracissimi: insieme, politici e manager scarsi, hanno precipitato l’Italia dalla sesta alla trentesima posizione e oltre, lasciando soltanto macerie fumanti e generazioni senza più alcuna prospettiva.
A questo punto, invece di addolorarci per la “perduta italianità” di Telecom e Alitalia, sarebbe il caso di interrogarci sull’ipotesi di farci “commissariare” da un qualche comitato europeo di salvataggio, composto da dirigenti e politici assolutamente non-italiani: «vi cediamo il Paese per 20 anni, insegnateci come si sta al mondo e poi riconsegnatecelo».
Sì, insomma, cedere la nostra sovranità ad altri, a un “resto d’Europa” (o “del mondo”). Affittare l’Italia. Ma non per sempre: giusto il tempo di imparare a essere una nazione. Anche Hong Kong è stata “affittata” all’estero — con ottimi risultati — e poi restituita alla Cina.

«And did we tell you the name of the game, boy?, we call it Riding the Gravy Train».
(E te l’abbiamo detto il nome del gioco, ragazzo? Noi lo chiamiamo Cavalcare l’Onda dei Facili Guadagni.)
— HAVE A CIGAR, Pink Floyd, 1975

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